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Crisi del credito: Borse, Governi e Banche centrali
 
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La via maestra è rianimare l'interbancario

di Alessandro Merli

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Sabato 11 Ottobre 2008

Il tentativo di recupero dell'ultima ora di Wall Street, peraltro fallito, non ha tolto nulla al senso di urgenza della riunione di ieri del G-7. Una riunione che si è svolta in un clima di confusione sui mercati finanziari che non ha uguali almeno dal lunedì nero del 1987: con l'aggravante, molto seria, che alla rotta delle Borse si accompagna oggi la paralisi del mercato interbancario, il primo ingranaggio nel motore della finanza, il cui inceppamento dura ormai da settimane e blocca tutto il meccanismo del credito. Con pesanti effetti sul sistema finanziario, ma anche sull'economia reale.

Il primo obiettivo, legato alla percezione che tanto conta nell'influenzare la psicologia dei mercati, in questi giorni più decisiva dei fondamentali, era di mostrare un fronte unito. La scorsa settimana ha evidenziato la capacità di coordinamento delle Banche centrali nel tagliare i tassi d'interesse, ma anche i contrasti dei Governi sulle due sponde dell'Atlantico e la cacofonia europea, stridente soprattutto dopo il G-4 convocato dal presidente francese Nicolas Sarkozy all'Eliseo nello scorso fine settimana.

Toccherà anche all'incontro parigino di domani fra i leader europei contrastare quest'impressione, mentre in Europa si conta molto sul fatto che le nuove disposizioni della Banca centrale per la fornitura di liquidità alle banche possano finalmente rimettere in moto l'interbancario. Anche se alla fine, dopo tutte le iniziative delle autorità monetarie, toccherà al settore privato, e quindi alle banche, fare la propria parte, e far ripartire il mercato, come ha ricordato ieri a un seminario del Peterson Institute, il consigliere della Bce, Lorenzo Bini Smaghi.
Il contributo più importante del G-7 di ieri è però sulla sostanza degli interventi delle autorità e la loro qualità verrà messa alla prova dei mercati nel giro di quarantott'ore.

Tutto l'arsenale dispiegato in queste settimane (anzi tutto il piano Paulson, con l'annuncio dell'acquisto di titoli "tossici" per alleggerire i bilanci delle banche americane) si è rivelato inefficace. Non era pensabile che venisse dal G-7 una lunga serie di prescrizioni di azioni puntuali, ma si doveva far passare ai mercati il messaggio che i grandi si muoveranno sulla base di linee guida concordate. La base era a grandi linee quella del piano varato questa settimana dalla Gran Bretagna, i cui capisaldi sono la ricapitalizzazione del sistema bancario, con soldi pubblici se necessario, e la garanzia dei depositanti. È importante far capire ai mercati e all'opinione pubblica, ha detto ieri a Washington, con la condizione dell'anonimato, un banchiere centrale, che le banche non falliscono e i depositanti non perdono.

Gli incontri di Washington ribadiscono tuttavia anche che non c'è via d'uscita dalla crisi senza il coinvolgimento delle grandi potenze emergenti, che oggi si riuniscono ai grandi Paesi industriali nel G-20. Secondo le stime del Fondo monetario, l'intera crescita mondiale, con i Paesi avanzati bloccati attorno allo zero, verrà nel 2009 dai Paesi in via di sviluppo, anche se è evidente che anch'essi non sono indenni dalla bufera globale. Fondamentale è il ruolo della Cina, come motore principale della crescita, ma anche come grande finanziatore degli Stati Uniti ed è significativo che la Banca centrale di Pechino si sia accodata (anche se non in coordinamento formale con le altre) al taglio dei tassi d'interesse. Un'assunzione di responsabilità e al tempo stesso un indizio chiarissimo dello spostamento degli equilibri di potere economico.

Naturalmente, le decisioni di questi giorni sono lungi dal rappresentare la soluzione definitiva alla crisi. Una volta usciti dal tunnel del collasso della fiducia e del panico, bisognerà ripensare all'imsieme di regole e all'architettura della finanza globale, un percorso in parte avviato con il lavoro del Financial Stability Forum presieduto da Mario Draghi.

Lo stretto legame fra la crisi finanziaria e la recessione economica indica anche, come sottolineava ieri il veterano della Federal Reserve e del Tesoro Usa, Ted Truman, che sarà bene non illudersi che affrontare e avviare a soluzione la prima sia sufficiente a uscire dalla seconda. Tuttavia, la si sarà ridimensionata a una normale fase del ciclo economico, scacciando lo spettro di una depressione.

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