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Salviamo Fed e Bce dagli errori della politica

di Alberto Alesina

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03 gennaio 2009

La Federal Reserve americana e la Banca centrale europea stanno vivendo un "dopo crisi" molto diverso. La Fed è sotto attacco da una parte del Congresso americano e rischia di perdere parte della sua indipendenza, e sta quindi attraversando uno dei periodi politicamente più difficili della sua storia recente. La discussione nel Congresso sulla rielezione di Ben Bernanke a governatore della Fed ha rivelato una profonda antipatia di parte del Congresso (in entrambi i partiti) verso la Fed. La Bce è invece uscita rafforzata dalla crisi, e i politici di vari paesi dell'area euro (Italia compresa) che la criticavano si sono rapidamente zittiti.

Che la Fed abbia commesso errori prima e durante la crisi è indubbio. I tassi d'interesse americani dal 2002 in poi nulla hanno fatto per disinnescare la bolla immobiliare, anzi l'hanno sostenuta, e l'allora governatore Alan Greenspan ne sottovalutò ampiamente i pericoli. Poi dall'estate del 2007 a quella del 2008 la Fed ha fatto troppo poco per capire e prepararsi alla gravita di ciò che stava avvenendo. Infine nell'autunno del 2008 il senso di panico trasmesso dalla banca centrale americana ai mercati in vari momenti ha peggiorato una situazione già grave.
È ancora troppo presto per dare una valutazione pacata e definitiva dell'operato della Fed, soprattutto nella fase più acuta della crisi, e dei "salvataggi" operati da autorità monetaria e Tesoro. Ma è quasi certo che se la Fed fosse stata meno indipendente le cose sarebbero andate peggio. I bassi tassi d'interesse di Greenspan erano il risultato di pressioni politiche per evitare a tutti i costi una recessione dopo l'11 settembre 2001 e poi prima delle elezioni del 2004, e servivano a sostenere il boom edilizio.

Chi poi si preoccupasse dell'influenza del mondo finanziario sulla Fed, dovrebbe raddoppiare i suoi timori se quest'ultima fosse più dipendente dal Congresso, i cui rappresentanti sono sempre alla ricerca di contributi da questo o quel settore dell'economia per le loro frequenti campagne elettorali.
Infine, parte delle incertezze e ritardi durante la fase peggiore della crisi furono il risultato dalla lentezza operativa, originata dal fatto che la Federal Reserve doveva chiedere al Congresso di poter uscire dai confini legislativi di ciò che poteva fare, per esempio quali titoli comprare e come intervenire nei mercati. Parte del panico che la Fed comunicava ai mercati finanziari derivava da sedute pubbliche al Congresso in cui Bernanke, per ottenere mandati più estesi, doveva descrivere la situazione come ancor più catastrofica di quella che già era, facendo precipitare la fiducia ancor di più.

Insomma la lezione della crisi è che la Fed aveva bisogno di maggiore, non minore indipendenza. Del resto l'evidenza storica internazionale dimostra che banche centrali più autonome dal controllo politico hanno creato una maggiore stabilità dei prezzi senza ridurre la crescita economica.

L'amministrazione Obama e il Congresso a maggioranza democratica rischiano di perdere il controllo della finanza pubblica e gli economisti di Barack Obama, da Larry Summers a Christina Romer e Timothy Geithner, sembrano essersi dimenticati che questi faraonici pacchetti di spesa finiranno per pesare come macigni sull'economia americana, mentre anche la loro efficacia nel breve periodo è dubbia. Dovrebbero avere il coraggio intellettuale di ammettere ciò che i contribuenti americani sanno benissimo, cioè che arriverà uno "tsunami" di aumenti di imposte. In questo contesto, se poi la Fed perdesse la sua indipendenza allora anche le prospettive d'inflazione sarebbero serie perché il controllo politico della moneta nove volte su dieci significa più inflazione per finanziare spese pubbliche. Insomma una combinazione di aumenti di aliquote e di inflazione sarebbe un handicap molto serio per gli Stati Uniti. Qualcuno nell'amninistrazione Obama deve lanciare qualche segnale d'allarme, la parte più moderata del Partito democratico nel Congresso deve ascoltare, e le proposte legislative sulla Fed si devono arenare nelle varie commissioni legislative.

La Banca centrale europea e l'euro, invece, hanno retto bene alla crisi, e ne sono usciti politicamente rafforzati. I paesi più "deboli", cioè con debiti pubblici alti, si sono sentiti protetti dall'ombrello dell'euro (basta pensare a cosa sarebbe successo alla Grecia senza la moneta unica). Non solo, i paesi europei al di fuori dell'area euro si sono chiesti se la mancanza di quella protezione non fosse pericolosa. Le accuse (ingiustificate) alla Bce per i suoi tassi d'interesse pre-crisi più alti di quelli della Fed si sono trasformate in elogi, (certi critici hanno la memoria corta) e la sua indipendenza durante la crisi le ha permesso di agire con rapidità. Mentre prima della crisi si discuteva di come aumentare il "controllo politico" sulla Bce, uno dei temi preferiti del presidente francese Nicolas Sarkozy, oggi non se ne sente più parlare. Una reazione opposta, per fortuna, a quella "anti-Fed" del Congresso statunitense.
Gli americani stanno ripetendo gli errori fatti dagli europei negli anni Ottanta, quando accumularono debiti enormi perdendo il controllo della spesa. Ci manca solo, a questo punto, che il Congresso controlli la produzione di biglietti verdi.

03 gennaio 2009
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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