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DIBATTITO A MILANO / La sola uscita dalla crisi si chiama ragione

di Franco Locatelli

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8 settembre 2009

Sarà anche vero che la nebbia sull'uscita dalla crisi è ancora fitta ma, quando si prova a ragionare sul futuro senza preconcetti e senza casacche, qualche barlume di luce finisce per farsi largo. L'occasione rappresentata dalle "Lezioni per il futuro e le idee per battere la crisi" - che Il Sole 24 Ore ha presentato ieri in Bocconi e che il ministro Giulio Tremonti ha pubblicamente discusso, insieme ad Enrico Letta, Mario Monti e Guido Tabellini nella tana del leone e nel tempio degli economisti - ne è una testimonianza preziosa, come lo è stata nei giorni scorsi il workshop Ambrosetti di Villa d'Este.

Nessuno può ragionevolmente sapere quando la crisi esaurirà tutti i suoi effetti, e soprattutto quando si manifesterà una ripresa che gradualmente recuperi i livelli di crescita di tre anni fa, e tuttavia oggi affiora qualche certezza in più di ieri. In pochi mesi il mondo è completamente cambiato e ricercare risposte nel passato può essere o illusorio o fuorviante. Togliamoci, perciò, dalla testa che l'economia internazionale possa crescere ai livelli di tre o quattro anni fa e che il debito possa rappresentare ancora la leva dello sviluppo. Che cosa questo voglia dire e che cosa comporti per un'economia come quella italiana, che è fortemente orientata all'export e che già cresceva meno di quella dei suoi partner europei prima della crisi, è il nodo cruciale dell'autunno e dei prossimi anni. Ma se la sfida che abbiamo davanti è di queste dimensioni né le demonizzazioni né i pannicelli caldi potranno essere di qualche utilità. Sarebbe sbagliato sprecare un'occasione di cambiamento come la crisi e il fatto che, anziché inseguire i tanti casi Innse che rischiano di infiammare l'autunno, si torni in questi giorni a immaginare un progetto-paese per trovare il bandolo della matassa è un segnale promettente. E lo è anche l'incipiente consapevolezza che un progetto, che voglia mettere al centro la crescita, la produzione e l'occupazione, non può essere appannaggio di una parte sola. Le prove di dialogo tra la Confindustria e la Cgil come tra le imprese e tutti i sindacati vanno nella stessa direzione. Il confronto di ieri in Bocconi tra Tremonti e Letta altrettanto.

Questo è il momento in cui l'obiettivo della crescita spinge a ricercare tutte le convergenze possibili piuttosto che le divisioni e le contrapposizioni, ma unire non vuol dire smarrire l'identità e rinunciare alle distinzioni. Nel progetto-Paese per la crescita c'è posto per tutti, ma ognuno deve fare il suo mestiere, senza confusione di ruoli. L'impresa deve fare l'impresa, il sindacato deve fare il sindacato, la banca deve fare la banca e il governo deve fare il governo. L'emergenza non sospende la dialettica, ma alla fine serve la sintesi e servono i fatti. Non c'è da stupirsi se il ministro Tremonti prima dialoga e poi striglia le banche oppure prima bacchetta gli economisti e poi - come ha fatto ieri - apre al dialogo. Quel che conta è che tutti tifino per l'interesse generale: restando uniti, dalla crisi usciremo prima e meglio.

8 settembre 2009
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