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Le riforme del fare per crescere

di Vincenzo La Via *

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13 aprile 2010

Nel tentativo di rilanciare la crescita e migliorare i conti pubblici, i paesi più ricchi dovrebbero prestare più attenzione a quello che stanno facendo i paesi in via di sviluppo. Questi ultimi – attraverso un insieme di misure che includono l'adozione di politiche economiche solide, l'avvio di riforme strutturali mirate ad eliminare strozzature alla crescita, l'accumulazione di riserve e risposte immediate alle necessità contingenti – hanno gestito la crisi in modo efficace.

Nel 2009, sono state realizzate circa 300 riforme a livello globale tese a favorire e a semplificare lo sviluppo dell'imprenditoria, ovvero più di quante non ne fossero state varate nel quinquiennio precedente (dati dell'ultimo rapporto Doing Business della Banca mondiale). La maggioranza di tali riforme sono state promosse da economie in via di sviluppo, con un processo iniziato solo tre anni fa e che ha interessato soprattutto la semplificazione delle procedure di avviamento di un'impresa, la certezza del diritto di proprietà e l'efficienza degli arbitrati commerciali e delle procedure concorsuali e fallimentari.

La storia c'insegna che le recessioni e le crisi finanziarie spesso agiscono da stimolo alle riforme. La crisi asiatica degli anni 90 ha portato alla stesura di nuove norme fallimentari in Turchia e in Colombia, e al rafforzamento della tutela degli investitori a Singapore e in Thailandia. Negli ultimi 12 mesi, ben 18 stati hanno approvato nuove procedure fallimentari.

I paesi in via di sviluppo hanno aumentato considerevolmente gli investimenti in ricerca e sviluppo, arrivando a spendere circa l'1% del Pil nel 2007, a fronte di una spesa del 2,5% da parte dei paesi ad alto reddito. Il differenziale tra i due gruppi di paesi continua a esistere, ma è minore che in passato. Negli ultimi 10 anni, il divario tecnologico si è anch'esso ridotto. I dati indicano che, in media, la tecnologia sta avanzando più rapidamente nei paesi in via di sviluppo, incentivando nuove iniziative di venture capital, ovvero investimenti per loro stessa natura alla ricerca di rendimenti elevati. Durante il periodo 1998-2008, gli investimenti privati nell'information technology in Africa hanno superato i 60 miliardi di dollari, il che ha permesso all'intero continente di fare un gigantesco salto in avanti. Quattrocento milioni di telefoni cellulari sono attualmente in uso, mentre il 65% degli africani ha accesso a una rete di telefonia wireless.

L'Europa e l'Italia in particolare dovrebbero cogliere l'occasione di questa crisi per modernizzare le loro economie. Entrambe devono creare opportunità per il settore privato promuovendo riforme strutturali, rafforzando produttività e competitività, stimolando la capacità imprenditoriale dei giovani e aprire così nuovi mercati per prodotti e servizi. I primi passi vanno nella direzione giusta, ma è necessario che gli sforzi futuri abbiano una portata più ampia e strutturata.

Le riforme che hanno maggiore probabilità di successo hanno le seguenti caratteristiche: perseguono un'agenda di lungo periodo tesa a migliorare la competitività (Colombia ed Egitto); sono proattive e coerenti (Singapore); rispondono con successo alle nuove esigenze della realtà economica; sono esaustive (alcuni paesi in via di sviluppo hanno realizzato 20 riforme in meno di 5 anni); si basano sulla partecipazione al massimo livello delle autorità pubbliche e dei rappresentanti del settore privato.

L'Italia sta facendo passi in avanti nel rispondere ad alcuni dei suoi problemi. Ha varato riforme del mercato del lavoro, sta investendo nelle infrastrutture e ha retto bene alla recente crisi globale. Nonostante ciò, continua a figurare agli ultimi posti della graduatoria del rapporto Doing Business. Mi preoccupa il fatto che per alcuni indicatori importanti come l'avviamento di un'impresa, la validità e il rispetto dei contratti o la tutela e il trasferimento di alcuni diritti reali come la proprietà, l'Italia segni il passo rispetto ad altri paesi ad alto reddito e persino a molti di quelli in via di sviluppo.

A prescindere dall'attuale rallentamento dell'economia, in Italia la produttività è in discesa continua da più di un decennio. Ciò ha causato una perdita di competitività, un basso tasso di occupazione specialmente fra le donne e, pertanto, una crescita economica contenuta. I recenti e modesti miglioramenti di competitività sono la diretta conseguenza della ristrutturazione effettuata da operatori del settore privato di alcuni settori già esposti alla concorrenza. Tuttavia, sebbene parte della ristrutturazione abbia favorito la transizione verso settori più dinamici e ad alto contenuto tecnologico, il processo, nel suo complesso, è stato più lento che in altri paesi europei.

L'Italia ha un enorme potenziale e può fare molto meglio nel cercare di migliorare la propria capacità imprenditoriale e istituzionale, facilitando così la crescita del settore privato. È un paese di grandi risorse umane, forte spirito imprenditoriale e grande flessibilità, accompagnate a una spiccata cultura del risparmio.
Questa crisi rappresenta una grande opportunità per risolvere i problemi strutturali del paese e guardare al futuro con basi più solide. L'Italia ha tutte le capacità per uscire dalla trappola del debito. Ma deve impegnarsi per risolvere rapidamente il nucleo della sua crisi: il declino della produttività e la carenza di crescita.

* Chief financial officer e managing director della Banca mondiale

13 aprile 2010
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