La quasi contemporaneità delle elezioni francesi e italiane si presta ad alcune considerazioni comparative. Dove il nodo della faccenda sta nel rapporto fra la natura regionale di entrambe le consultazioni e il loro possibile impatto sul quadro politico nazionale.
Beninteso, sia in Francia che in Italia sembra oggi da escludere una situazione del genere di quella che venne a crearsi al di qua delle Alpi dieci anni fa, nell'aprile del 2000: quando il premier in carica, Massimo D'Alema, decise addirittura di dimettersi a seguito di un risultato insoddisfacente nelle elezioni regionali.
Nondimeno, è probabile che i risultati delle urne finiscano per pesare su entrambi gli scenari nazionali. Merita dunque di ragionare intorno al se e al come Francia e Italia possano essere incluse in un unico discorso. Evitando però di confrontare (direbbero gli anglosassoni) le mele con le arance: cioè evitando false analogie tra cose incomparabili.
Un confronto tra i due astensionismi - quello, già conclamato, dei francesi nel turno elettorale di domenica scorsa, e quello, possibile o probabile, degli italiani il 28-29 marzo - rischierebbe appunto di somigliare a un confronto tra una mela e un'arancia.
Perché il primo criterio di valutazione del significato di un astensionismo elettorale riguarda, com'è ovvio, il profilo dell'istituzione rappresentativa che i cittadini sono chiamati a rinnovare attraverso l'esercizio del voto. Ebbene: a livello del "percepito" oltreché al livello del "reale", le regioni hanno in Francia un'immagine molto diversa da quella che hanno in Italia.
Nel corso dell'ultimo decennio, l'importanza percepita delle regioni italiane è cresciuta di pari passo con la loro importanza effettiva. Da quando è stato modificato il meccanismo elettorale, garantendo l'investitura diretta del cosiddetto "governatore" (in politica, anche il gergo informale conta: qui, suona evidente l'allusione esterofila alla figura dei governatori statunitensi), il ruolo delle regioni è aumentato sensibilmente agli occhi dell'opinione pubblica di casa nostra: in parallelo con l'aumento progressivo dei poteri delle regioni stesse in materia di politiche sanitarie, scolastiche, fiscali, sociali.
In Francia, il ruolo percepito delle regioni è completamente diverso. Salvo rari casi (Ségolène Royal nel Poitou-Charentes) la stragrande maggioranza degli elettori non conoscono neppure il nome del presidente della regione in cui abitano.
Come stupirsene? Secondo la tradizione "giacobina" del governo francese, la devoluzione di poteri centrali verso le periferie è stata - anche in questi ultimi anni - più teorica che pratica. Perciò, il significato del massiccio astensionismo nelle elezioni regionali d'Oltralpe appare difficile da confrontare con il significato che avrebbe un astensionismo massiccio nelle prossime elezioni regionali italiane.
Più pertinente appare un confronto fra l'Italia e la Francia riguardo all'atteggiamento dell'opinione pubblica verso il rispettivo premier, Silvio Berlusconi o Nicolas Sarkozy: qui sì, potremo comparare un'arancia con un'arancia, o una mela con una mela... Perché entrambi i premier sono leader politici caratterialmente incapaci di sottrarsi allo scontro, entrambi hanno l'invincibile abitudine di metterci la faccia.
Così è stato anche nelle campagne elettorali di quest'anno, che pure si annunciavano in salita per l'uno come per l'altro: per Sarkozy fin dal primo momento, per Berlusconi soprattutto dopo il mega-pasticcio delle liste. A conti fatti, sia in Francia sia in Italia i risultati delle elezioni regionali potranno essere interpretati dagli analisti (e vissuti dagli elettori) come un referendum pro o contro il premier.
Peraltro, in entrambi i paesi questa interpretazione della realtà sarà suscettibile di torsioni capziose. Infatti - a meno di "cappotti" assoluti, dove uno schieramento vinca tutto e l'altro perda tutto - si potrà facilmente giocare sui numeri, per proclamare l'uno o l'altro leader semi-vincitore o semi-sconfitto.
Le regioni chiamate al voto sono 22 in Francia, 13 in Italia. La torta è divisa in molte fette: a Berlusconi come a Sarkozy basterà non rimanere a bocca asciutta per vantarsi di avere mangiato la fetta più grande, o la più saporita.