Il lussureggiante giardino dell'Hotel Diana di Milano è stato per molto tempo il suo rifugio domenicale. Fernanda Pivano – decana degli studi americani in Italia scomparsa ieri – la potevi incontrare lì fino a pochi anni fa, nel luogo dove anche Indro Montanelli amava rifugiarsi per il pranzo domenicale, sempre pronta a firmare dediche sui libri da lei tradotti. Nata a Genova nel 1917, si era presto trasferita con la famiglia a Torino, dove aveva frequentato il Liceo "Massimo D'Azeglio" in cui, nell'anno scolastico 1934-35, aveva insegnato come supplente Cesare Pavese. L'anno prima, nel '33, un gruppo di studenti, allievi di Augusto Monti, aveva fondato la casa editrice Einaudi. Con Pavese, la Pivano aveva cominciato a lavorare e, dopo una prima laurea in lettere con una tesi su Melville, si era laureata in filosofia con Nicola Abbagnano di cui fu assistente per qualche tempo.
Ma la passione per quella misteriosa realtà - allora - che era la letteratura d'oltreoceano, aveva ormai preso il sopravvento e nel 1943 pubblicò per Einaudi la sua prima traduzione: le poesie dell'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Finita la guerra, gli americani - anche gli scrittori - fu possibile vederli in carne e ossa; e, a Cortina, la Pivano incontrò Ernest Hemingway. Fu l'inizio di una lunga amicizia. All'epoca non molti sapevano l'inglese. La Pivano tradusse Hemingway e poi Faulkner e poi Fitzgerald.
Di sicuro sapeva anche scrivere. La sua competenza era quella di chi racconta i libri attraverso le persone piuttosto che attraverso le teorie e questo le permise di affermarsi in ambito giornalistico.
Venne più tardi la stagione - non leggendaria come la precedente ma per la quale è forse più nota, almeno alle ultime generazioni - e cioè quella dell'incontro con i beat. Viaggi in America, viaggi in Oriente. Una seconda adolescenza vissuta come madrina di quei giovani tanto carini e birichini che volevano - nientemeno - cambiare il mondo. Tradusse Allen Ginsberg per Mondatori e divenne una colonna della pagina culturale del Corriere della Sera.
Conobbe anche, la Fernanda, una terza adolescenza. E, dopo una traumatica separazione dal marito Ettore Sottsass, dalla quale non sembrava potersi consolare, si riconobbe nelle ultime generazioni di ribelli pacifici e benintenzionati - i reduci dalle proteste contro la guerra in Vietnam, a loro volta ormai anzianotti - e continuò nella sua attività di scrittrice e testimone dei tempi gloriosi della "scoperta (culturale) dell'America".
Ha scritto da par suo, alcuni libri, quasi tutti a carattere autobiografico, da Hemingway (Mondatori, 1985) a Che cos'è più la virtù (Rusconi, 1986) e da I miei quadrifogli (Frassinelli, 2000) a Diari, 1917-1973 (Bompiani, 2008). È stata un'ape operosa, additando strade nuove e nuovi personaggi - ieri scandalosi e oggi accettati da tutti - come una brava e scapigliata maestra.