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Due regioni cruciali, Piemonte e Lazio, e l'appello dei vescovi

di Stefano Folli

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23 marzo 2010

Quanto peserà l'astensione nel voto regionale lo sapremo ormai solo lunedì sera. Può darsi che con la manifestazione di Roma Berlusconi sia riuscito, secondo le intenzioni, a rinsaldare il suo popolo, o meglio il segmento deluso e distratto, offrendogli una buona ragione per andare alle urne. Ma è anche possibile che la magia non riesca perché il ricorso alla piazza è una scappatoia fin troppo contraddittoria per chi governa da anni.

Vedremo. Quel che è certo, sono soprattutto due le regioni il cui risultato è in grado di determinare riflessi politici nazionali: Piemonte e Lazio, entrambe in bilico. Altrove il dato elettorale non sarà cruciale: in qualche caso perché l'esito appare scontato (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana), in altri perché il rilievo del duello è minore (Basilicata, Umbria, Calabria). Ma a Torino e a Roma ogni voto peserà. E sarà valutato nei suoi effetti dirompenti.

In Piemonte l'eventuale vittoria di Roberto Cota su Mercedes Bresso sarebbe un successo della Lega assai più che del Pdl. Per Umberto Bossi equivarrebbe alla quadratura del cerchio: l'impronta del Carroccio sull'intero arco alpino, specie se anche in Lombardia, dove si affermerà Formigoni, il partito leghista dovesse raggiungere percentuali ragguardevoli. La vittoria di Cota darebbe al leader una carta decisiva da far valere al tavolo della maggioranza. Ed è chiaro che l'amicizia e la lealtà ostentate da Bossi verso Berlusconi non significano che la Lega vorrà tenere un basso profilo nei prossimi tre anni di legislatura. Proprio il contrario. La conquista del Piemonte modificherebbe i rapporti di forza nel centrodestra. Specie se il Pdl dovesse perdere il Lazio, altra regione chiave.

Qui l'ipotesi di una vittoria di Emma Bonino è più solida oggi di quanto non fosse all'inizio della campagna. E una sconfitta di Renata Polverini rischierebbe di innescare una sorta di corto circuito negli assetti di potere del Pdl. Certe debolezze già oggi evidenti non potrebbero più essere mascherate. Ma la Bonino presidente provocherebbe sussulti anche all'interno del Partito democratico. Sarebbe la dimostrazione (come Vendola in Puglia) che una classe politica innovativa, estranea al vecchio ceto ex Ds-Pds-Pci, si va imponendo al di fuori delle regioni «rosse» tradizionali.

Ecco perché la posizione espressa ieri dalla Conferenza episcopale, attraverso il presidente Bagnasco, ha un impatto politico considerevole. Chiedere ai cattolici di esprimere «un voto contro l'aborto e per la vita» significa di fatto reclamare una scelta contro Emma Bonino e Mercedes Bresso. È vero, i vescovi hanno toccato altri temi (dalla moralità nella vita pubblica all'immigrazione), nel quadro di una riflessione generale. Ma non si può negare che i due candidati del centrosinistra nelle due regioni decisive per gli equilibri nazionali sono i destinatari immediati dell'appello anti-aborto. Le idee della Bresso e della Bonino sono note e inequivocabili.

Ora è difficile dire quanto la Cei influenzerà il voto cattolico nel Lazio e in Piemonte, dove certo non mancano i cosiddetti «cattolici adulti», quelli cioè che non seguono i consigli delle gerarchie. Rispetto al passato l'influenza diretta è senza dubbio molto minore. Ma la Chiesa ha espresso una posizione forte ed esplicita, suscettibile come tale di incidere nel risultato finale. Per Cota e la Polverini è comunque un'ottima notizia.

23 marzo 2010
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