Non avrei mai sospettato che i vietnamiti sapessero preparare un caffè tanto buono. I loro vicini di casa, grandi bevitori di tè, di solito tendono a propinarti delle brodaglie terrificanti. In Vietnam, invece, no. Se ordini un caffè ti portano una tazzina con un contenitore sopra, separati da un filtro dal quale gocciola un liquido scuro e profumatissimo, dal sapore intenso. La prima volta che l'ho assaggiato, in un ristorante di Phnom Penh è stata una vera sorpresa. Naturalmente, in Cambogia dove i vietnamiti sono stati di casa per oltre un decennio, non è una bevanda difficile da reperire.
Questa mattina, mentre cerco di scrollarmi il sonno di dosso, una tazzina di caffè vietnamita è l'unica colazione che posso avere nel chiosco vicino al mio hotel, a Kompong Chhnang. A meno che, naturalmente, non decida di uniformarmi alle usanze locali iniziando la giornata con una zuppa, magari piena d'aglio e peperoncino. Io adoro le zuppe cambogiane ma, alle sei del mattino, preferisco accontentarmi del caffè.
Lo sorseggio chiacchierando con Savoy, la guida Khmer di Cesvi. E' lui che mi ha trovato un taxi per andare a Sihanoukville. Grazie al suo intervento lo pagherò una cifra quasi da cambogiano. Meno di quaranta dollari per un tragitto di 4/5 ore. A me ne avevano chiesti 50/60 per venire da Phnom Pehn a qui, che sono al massimo due ore di macchina.
Il taxi è lì, in perfetto orario, che mi aspetta. Carichiamo i bagagli e partiamo. Per un paio d'ore, tutto intorno a noi, si srotola la stessa vasta pianura segnata dalle onnipresenti palme, punteggiata di pagode dorate. Poi, lentamente, incominciamo a salire su colline sempre più alte, fino a quando ci si spalancano davanti improvvise vallate solcate dalla giungla e velate dalla foschia che si alza dalla terra umida.
Piano piano, la vegetazione si fa sempre più fitta e sulla mia destra scorgo , in lontananza, delle alture. Da qualche parte, in quella direzione, si innalzano i Monti Cardamomi coperti dalla seconda più grande foresta pluviale vergine di tutto il sud-est asiatico. Una verde, intricatissima, lussureggiante coltre che si estende ininterrotta dalle cime delle montagne fino al mare.
Poi, d'un tratto, il paesaggio torna a farsi più dolce, marcato da verdi colline costellate da filari di alberi ordinati che hanno preso il posto del caotico muro di vegetazione della giungla e, finalmente, in fondo ad un leggero pendio, appare il mare. Anche i cartelli stradali indicano, ormai, che siamo arrivati a Sihanoukville. Conosciuta anche come Kompong Som è la più famosa località balneare della Cambogia. Chiamata così in onore del re, fu fondata sul finire degli anni '50 e non ci mise molto a soppiantare come attività portuale la vicina Kampot, fino ad allora primo scalo navale del Paese.
In pochi, oggi, lo ricordano ma è qui che si consumò l'ultimo atto dell'intervento americano in Vietnam. Il 12 maggio del '75, quando Phnom Penh era caduta da quasi un mese, i Khmer Rossi sequestrarono la nave container americana SS Mayagϋez. Il presidente Ford, per tuta risposta, fece bombardare la raffineria di Sihanoukville e la base aerea di Ream. Poi ordinò un'operazione per liberare immediatamente nave ed equipaggio. Ma quando i marines salirono a bordo si accorsero di essere stati beffati. La Mayagϋez era deserta: l'equipaggio era stato mandato alla deriva su di un peschereccio. Altre unità americane, nel frattempo, erano sbarcate a
Koh Tang, credendo di incontrare una scarsa resistenza. Non sapevano che l'isola, in previsione di un attacco vietnamita, era invece stata fortificata dagli uomini di Pol Pot. L'operazione si rivelò un disastro. Diversi elicotteri vennero danneggiati o distrutti, quindici marines furono uccisi e altri tre, rimasti indietro nelle caos della ritirata, furono presi prigionieri dei Khmer Rossi e, con ogni probabilità, giustiziati.
Il mio ingresso a Sihanoukville avviene sotto un cielo plumbeo che continua a gocciolare come un rubinetto difettoso. La zona centrale di Kompong Som mi appare squallida, piena zeppa di ristornanti per turisti, di bancomat, centri messaggi, pub. Una città artificiale, trasformata in un parco giochi per occidentali e cambogiani ricchi. Così, complice il tempo lugubre, mentre filiamo sulle larghe strade in discesa verso il mare, circondati da casermoni di cemento e improbabili insegne pubblicitarie, ho la sensazione che non apprezzerò molto questo posto.
Tanto per rallegrarmi un po', scelgo un albergo di categoria piuttosto elevata con le stanze, dotate di ogni comfort, disposte a corona intorno alla bella piscina. La camera, in questo periodo di bassa stagione, mi costa appena un ventina di dollari.
Il mare è a meno di 50 metri di distanza perciò, dopo aver mangiato qualcosa, mi dirigo verso la spiaggia. Da circa mezz'ora ha smesso di piovere ma il cielo rimane un muro color asfalto. Sono nei pressi della famosa Serendipity beach che, però, vista sotto le ombre dei nuvoloni neri che nascondono il sole, non mi sembra un granché. Sono sicuro che in una giornata limpida e luminosa deve apparire completamente diversa ma, oggi, questa lunga striscia di sabbia mi lascia del tutto indifferente.
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