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L'interpretazione dei segni

di Luca De Biase

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25 Novembre 2009

Progettiamo la forma dei nostri edifici, ma poi sono gli edifici a modellare la nostra vita.Poco importa che l'abbia detto proprio Winston Churchill. Forse, peraltro, vale anche il viceversa. E non solo per l'architettura: si può sostenere pure per la medicina, per la robotica, per i social network o per le enciclopedie.


Ammettere la complessità dei fenomeni non vuol dire rendersi la vita difficile:
piuttosto si vive male lontano dalla realtà, accoccolati nel realismo lineare delle relazioni causa-effetto. Un motore di ricerca non ci rende stupidi più del gioco dei pacchi televisivi. O dei pacchi finanziari. O dei pacchetti donati su Facebook. Il difficile è pensare bene, in un'epoca di cattivi pensieri. E non è certo colpa del fatto che sulla rete ci sono troppe informazioni: casomai abbiamo filtri insufficienti a gestirle. Come se sullo schermo di un pilota d'aereo che atterra nella nebbia ci fossero interruzioni pubblicitarie, chiamate degli amici, racconti di fantascienza e scariche elettriche incontrollate.

Nel caos dei segni, i fatti sono tracce solo se sappiamo che cosa stiamo cercando. Solo allora tentiamo di imparare a interpretarli. Per distinguere, ad esempio, le innovazioni destinate all'oblio da quelle che possono generare un cambiamento di lungo periodo. Per convivere con i timori e le speranze. Come stiamo trasformando il pianeta? Che cosa stiamo diventando noi esseri umani? Quale prospettiva di progresso possiamo coltivare?
Sui monitor del futuro ci sono ancora le angosce di Bill Joy, ragionevolissimo scienziato dei computer, che nell'aprile del 2000, su Wired, si domandava se robotica, genetica, nanotecnologia, elettronica e intelligenza artificiale non stessero creando le condizioni per l'emergere di una nuova specie, più adatta di quella umana a sopravvivere nel percorso evolutivo. Non è impensabile: qualche decina di migliaia di anni fa, sulla Terra coesistevano l'homo sapiens e l'uomo di Neandertal. Joel Garreau, autore di Radical Evolution, ha intervistato i responsabili dei laboratori di Darpa, agenzia delle ricerche avanzate della Difesa degli Stati Uniti, incaricati di progettare con le biotecnologie e le neuroscienze il soldato del futuro, capace di performance fisiche e mentali sovrumane. I fondi per quelle ricerche sono stati ridotti ultimamente, ma secondo un'inchiesta di World Politics Review la Darpa sta ancora lavorando a «trasformare i soldati cellula per cellula». Per l'antropologo Alberto Salza, invece, il laboratorio dei replicanti è altrove: «Ad Aroma Beach, nelle Filippine, l'inquinamento del mare, delle sabbie e dell'aria è intollerabile per l'organismo umano. E, in quei posti, ci vanno solo i poveri». Ma che cosa succede al patrimonio genetico delle persone che si trovano a vivere vicino alle discariche radioattive della Somalia o nei campi profughi del Sudan, super-esposti ai raggi ultravioletti? Salza, autore di Niente, come si vive quando manca tutto, osserva che i posti più tossici sono abitati dai più poveri, proprio coloro che generano più figli e che vivono al l'estremo la lotta per la sopravvivenza. Per questo Salza, ex fisico, oggi antropologo, suggerisce che: «I miserabili sono i mutanti».

Ipotesi o fantasie? Un fatto è certo: l'evoluzione della specie umana è avvenuta per via genetica, sociale e culturale: non solo il corpo, ma anche e, forse più efficacemente, l'organizzazione dei gruppi e dei saperi sono elementi mutanti attraverso i quali l'umanità è sopravvissuta e si è sviluppata. E anche in questo ambito evolviamo, con l'entrata in gioco delle macchine per la comunicazione e l'archiviazione digitale. Progettiamo quelle macchine, poi quelle macchine ci cambiano. Come? Il numero 200 di Nòva è ispirato da queste domande. Servono per dedicare maggiore attenzione a ciò che stiamo facendo, al pianeta e a noi stessi. È un modo per non subire l'idea che il fato sia l'unico comandante possibile della navicella spaziale che abitiamo.
Perché il futuro non è il posto dal quale ci arrivano le novità. È l'insieme delle conseguenze delle nostre azioni nel presente.

Ma qualunque teoria dell'azione è in fondo una teoria della prospettiva. Scrivono David Lane e Robert Maxfield, studiosi della complessità: «Ogni azione umana intenzionale è intrinsecamente temporale. Avviene nel presente, è diretta verso una trasformazione futura di certi aspetti del contesto presente, e il modo in cui è compiuta dipende dall'esperienza passata dell'attore. Possiamo pensare all'azione come a un ponte che gli attori costruiscono nel presente, per collegare il loro passato a un futuro desiderato».
La prospettiva e l'azione sono indissolubilmente legate. Perché se il mondo appare come un labirinto e la visuale è schiacciata sempre solo sul prossimo bivio, prima o poi ci si perde: come spiegava Umberto Eco ne Il nome della rosa, un labirinto si risolve pensandolo dall'esterno. O almeno pensando.
Questa non è l'epoca della certezza, forse... Ma di certo è un'epoca nella quale l'approfondimento e la riflessione sul senso di quello che stiamo facendo ci possono salvare.

lucadebiase.nova100.ilsole24ore.com

25 Novembre 2009
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