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Joanni incontro alla morte

di Roberto Escobar

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19 maggio 2001

L'unico effetto speciale è lo sguardo di Ermanno Olmi. Due occhi che amano la bellezza, che la cercano, la scovano, la ricreano. Bellezza interiore, prima di tutto, che si misura ad ogni istante con il dolore, il male, la morte. Maturità piena, già raggiunta al tempo dell'Albero degli zoccoli e ora di nuovo riconquistata con Il mestiere delle armi, dedicato alla figura di Giovanni dalle Bande Nere (Hristo Jivkov). Mantova, Ferrara, le splendide corti del Rinascimento, l'amato paesaggio del Po (in parte ricreato in Bulgaria), l'orrore della guerra, lo sfarzo dei costumi, i movimenti degli eserciti. Al centro un giovanotto, un capitano di ventura idolo delle donne, bello, forte, sano, all'apparenza invincibile. Il suo piccolo esercito, al servizio del Papa, tiene in scacco gli "Alemanni", discesi dal nord con l'intenzione di mettere a ferro e fuoco Roma. Giovanni ha solo 28 anni, e il suo mito pare appena agli inizi. Ma sul suo cammino c'è un proiettile di "falconetto", nuova micidiale arma da fuoco, che a tradimento lo colpisce a una gamba. Fango, sudore, neve, enormi fatiche e il pericolo sempre in agguato. Mentre i signori tramano con il nemico per garantirsi il potere, Giovanni combatte in prima linea. Arriva però quell'unico colpo, una ferita all'apparenza leggera, e che invece ben presto si trasforma in cancrena. Il soldato, poco più di un ragazzo, ora si confronta con l'ombra terribile della morte. Intorno, fra tradimenti e salti di alleanze, continua la sordida storia di sempre. I lanzichenecchi arriveranno nella città del Pontefice, nessuno più sbarrerà loro la strada. Nella sua brandina da campo, gli occhi bruciati dalla febbre, Giovanni non ha più alcuna difesa. Finiti i tempi degli amori, delle cavalcate libere e selvagge, del genio militare. Non resta che l'insondabile mistero di una vita spezzata troppo presto. (Luigi Paini) di Roberto Escobar <É una cosa che allieta l'animo, la guerra...>: così, nel Quattrocento, scrive un uomo d'armi. E ancora: <... quando si vede che la nostra lite è buona... vengono le lacrime agli occhi>. Quanto alla paura e alla morte, non ha dubbi: . Della guerra e della morte certo non ha paura il Giovanni o Joanni delle Bande Nere di Il mestiere delle armi (Italia, 2001, 105'). E di questo suo "coraggio" Olmi ci dà conto: un coraggio che non si adorna di luoghi comuni tronfi, che non si lega ad alcuna apologia, ma che ha i colori della malinconia, freddi come la neve che ricopre i campi di battaglia, diafani e inesorabili come la luce radente che più d'una volta li attraversa. É l'uccidere il mestiere di Joanni (Hristo Jivkov). La morte è in gran parte la sua vita. C'è qui un paradosso che non riguarda solo lui, ma che - come suggerisce Tibullo nella citazione che apre il film - ci riguarda tutti, in quanto uomini. Cioè: in quanto esseri che vivono di morte, indotti alla violenza e alle armi dall'urgenza di sopperire a un'intrinseca debolezza, a una tragica inadeguatezza a campare fino al giorno dopo (a difendersi dalle belve, scrive Tibullo). E poi però anche tanto folli da usare la stessa violenza contro la vita. Il vivere di Joanni si nutre d'una morte amministrata con attenzione, progettata fin nei dettagli delle corazze, brunite affinché non rilucano nel buio della notte. Questa prossimità con il sangue è poi "raddoppiata" per il fatto che egli stesso, in ogni momento del suo mestiere, è esposto al rischio di morire. Nella sua immagine del mondo, l'essere uccisi non è una eventualità lontana, di cui si debba o anche solo si possa inorridire, ma qualcosa di familiare e necessario. Joanni vive pronto a uccidere e pronto a morire. Invece d'avere in odio la morte, invece di provarne orrore e fuggirla come il più irrimediabile dei mali, come la più cupa delle sventure, le dedica ogni propria energia, con una passione ancor più forte di quella per le donne e l'amore. Chiuso nella sua corazza nera come il lutto, niente più sa della dolcezza morbida dei corpi. Reso uguale a ogni altro soldato dall'acciaio che lo ricopre e imprigiona, uniformato a loro dalla funzione di dar la morte e di riceverla, potrebbe chiudersi e imprigionarsi anche in una anestesia dell'anima. Ma così non accade. Joanni sta ben dentro il proprio "mestiere", ma certo consapevole del paradosso della condizione umana. Un paradosso che - come dirà sul letto di morte - vivrebbe con identico "coraggio" tragico anche se, invece che soldato, gli fosse capitato d'essere prete. In ogni caso, per lui non c'è conforto né estasi, negli agguati tesi al nemico e nelle geometrie astute dei combattimenti. Non c'è gioia nello spettacolo dei corpi dilaniati. Al contrario, c'è lo stupore annichilito che Olmi scopre negli occhi di un bambino, di fronte a un grande albero da cui pendono uomini e donne impiccati, poveri contadini che della passione per la morte ora certo conoscono la verità. Mentre Joanni percorre la pianura inseguendo il nemico, fantasma che riempie la sua mente e la occupa più d'ogni affetto, dalla terra (della fusione) emerge e prende forma il cannone che lo ucciderà (un falconetto, a retrocarica). L'immagine è splendida: concreta come la carnalità immediata e sconcia del morire, inevitabile come il fato che gli esseri umani si costruiscono da sé nella materia. Ben più del tradimento degli amici, ben più dell'insidia del nemico, è questo artificio mortale che lo attende e lo condanna. Quando arriva anche per lui la morte - una morte annunciata fin dalle prime inquadrature, e "vissuta" immagine dopo immagine -, pare che Joanni la accolga come una via d'uscita dal paradosso e dall'angoscia. E Olmi la racconta con la solennità agghiacciata e lo stupore sospeso che impone agli occhi la sua terribile corporeità: la cancrena che invade e demolisce il corpo, gli strumenti del chirurgo, l'incidere nella carne e nell'osso... Intanto, dipinta sul soffitto, una maschera lo guarda mostruosa e sarcastica. Come può la guerra allietare l'animo? Non c'è illusione, in Joanni che muore. Non ce n'è più di quanta ce ne fosse nel suo vivere. C'è invece una tragica, assurda, sacra coscienza del paradosso per cui gli esseri umani riempiono il vuoto delle loro vite con il niente della morte. Ben presto, di lui non ci sarà che un corpo mutilato, inutilmente ricomposto su un feretro, tra due ali di soldati in ami. E a noi è dato di vedere solo quel che resta d'un uomo, imprigionato per sempre nel lutto d'una corazza brunita.

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