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L'Italia sotto il sole

di Marco Alfieri e Paolo Bricco

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13 gennaio 2010

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Un gioco adattivo ma anche furbetto. Un fumo di luci e pailettes che rischiamo di pagare caro tra qualche anno quando il ciclo sarà ripartito e chiederà un manifatturiero trasformato verso paradigmi più innovativi. Nuotare o morire.
Alla fine, insomma, con tutte queste incognite quantitative, narrazioni edulcorate, e dentro un reticolo di segni per definizione labili e ingannatori, i giornalisti sono come bambini che hanno in mente cosa desiderano dire e raccontare, magari lo dicono, peccato che non conoscano alcuni termini e quell'alfabeto minimo con cui completare il periodo. Pugili suonati?! Il lettore ascolta: il senso forse è chiaro, ma c'è sempre qualcosa che ti sfugge, qualcosa di inerziale, di vischioso, di incompleto e di non detto. Parole di legno, insomma.

In più, se si aggiunge alla strutturale oscurità ermeneutica dell'Italia e alla crisi che ogni cosa cambia, il fatto che lo Stivale sia entrato dentro la galleria della recessione dopo avere sperimentato alcuni dei suoi maggiori cambiamenti, beh, il gioco è fatto.
Bravo chi ci capisce qualcosa, di un Paese che negli ultimi diciotto anni ha vissuto, nell'ordine: la fine della Prima Repubblica, il manettarismo, il berlusconismo quale nuovo asse della politica e dell'antropologia italiana, il leghismo ripulito, le privatizzazioni, la morte fisica e simbolica di Enrico Cuccia, l'assalto al cielo del capitalismo fragile dei raiders finiti comunque ar gabbio, la fine del sistema dell'Iri, l'archiviazione delle ideologie e l'imporsi dell'egemonia culturale debole à la Slow Food praticata dalla stessa generazione che voleva fare la rivoluzione e alla fine si è magnata tutto, il ridursi traumatico dell'Italia delle fabbriche senza che le corporazioni e la mano pubblica mollassero di un millimetro sui servizi più chiusi e inefficienti del primo mondo, la crisi della grande impresa, l'emergere del Quarto Capitalismo delle medie imprese oggi tributato acriticamente di poteri quasi salvifici, e infine l'uscita dalle cucine dei piccoli imprenditori, i mitici Invisibili cui nessuno rivolgeva la parola e che invece adesso la parola ce l'hanno, senza filtro, perché forse portano voti, pubblicità, ascolti e copie di giornale.

13 gennaio 2010
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