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I primati per esempio sarebbero dotati di meccanismi comportamentali, neurologici e ormonali che rinforzano i comportamenti altruistici e di cooperazione e associazione.
Secondo questo ricercatore atteggiamenti violenti e asociali sono solo risposte abnormi a condizioni non naturali. "Vivere in gruppo e aiutarsi a vicenda ha reso le condizioni di vita degli animali che le praticavano più sicure, di conseguenza ha favorito lo sviluppo di risorse intellettuali che favorissero il vivere sociale. In altre parole ha portato all'evoluzione del cervello e delle società verso una sempre maggiore cooperazione".
Altri ricercatori rifiutano anche l'idea degli antenati cacciatori: studi sulle ossa e su altri primati indicherebbero che gli ominidi erano più prede che predatori (si veda per esempio Man the Hunted: Primates, Predators, and Human Evolution di Donna L. Hart e Robert W. Sussman).
Alcuni autori, quando si parla di comportamento umano, per non confondere i piani suggeriscono la distinzione tra altruismo biologico, direttamente legato alla fitness (successo riproduttivo), e altruismo "reale", ovvero di consapevole intenzione di aiutare gli altri.
Secondo Elliott Sober, per esempio, i due altruismi sarebbero indipendenti, ciò che favorisce l'uno non favorisce necessariamente l'altro e viceversa. Secondo lui se accettiamo un approccio evoluzionistico al comportamento umano, non c'è nessuna ragione particolare per pensare che l'evoluzione possa aver creato uomini guidati principalmente dal proprio egoismo "reale". È anzi ragionevole pensare che la selezione naturale abbia favorito quei soggetti che genuinamente aiutano gli altri.
Cercando di semplificare al massimo, l'idea è che nel caso di alcune specie di animali l'ambiente e le interazioni tra gli individui abbiano favorito i comportamenti di cooperazione, anche disinteressata, perché questi erano funzionali alla miglior sopravvivenza degli individui.
Il fatto che la selezione naturale (o sociale, preferiscono in questo caso chiamarla alcuni) abbia dunque sostenuto gli individui più altruisti, esclude alla radice il rischio, paventato giustamente da una lettrice, che i comportamenti generosi non facciano parte della natura dell'essere umano ma siano solo il frutto di uno studiato opportunismo.
Ma allora, giustamente lo psichiatra Nesse si chiede, perché ancora tutto questo odio contro chi cerca una base biologica dell'altruismo? Ironia della sorte, sarebbero proprio i meccanismi che hanno almeno in parte favorito la diffusione dell'altruismo a farci rifiutare l'idea che questo possa esistere, che sia parte integrante, e materiale, della nostra natura.
Molte persone hanno infatti immaginato che le teorie legate alla ricerca di un significato evolutivo nell'altruismo implicassero necessariamente che l'amicizia e l'amore fossero solo uno scambio, o che comunque avessero un fine utilitaristico, e dunque, poiché i complessi meccanismi delle società umane che avrebbero permesso il diffondersi di individui altruisti tendono a emarginare ciò che è egoista, si sono rivoltate contro questa idea.
In conclusione, il nostro personale parere è che si possano mettere da parte atteggiamenti cinici, disfattisti, qualunquisti e deprimenti: non siamo poi così male e le nostre società possono sicuramente migliorare, soprattutto se si sostengono quei comportamenti che favoriscono la cooperazione. Viva dunque l'altruismo e la buona reputazione!
E tendiamo le orecchie, la biologia moderna promette altre indicazioni su come migliorare il vivere comune e, perché no, forse anche altre scoperte gratificanti per il nostro ego.
Le risposte dei lettori arrivate via e-mail
Ferruccio Andolfi - Parma
La domanda se la natura umana sia buona o malvagia non può avere risposta. Esistono evidenze che permettono di avvalorare tanto una tesi che l'altra. La presenza nel mondo di persone buone, o che tentato di vivere orientate verso il bene, cedendo in misura minima a impulsi malvagi, è altrettanto incontestabile quanto quella dei peggiori orrori. Anche una risposta diplomatica, che si limitasse a registrare una certa equivalenza di istinti buoni e malvagi, sarebbe insoddisfacente. Neppure il lavoro di scavo e sospetto che cerca di individuare le radici in ultima analisi egoistiche dei comportamenti altruistici non dà risultati decisivi: se un'evoluzione è avvenuta, infatti, ormai la nuova realtà ha acquistato una sua solidità. Perché accanirci a ricordare le tappe più arretrate dell'evoluzione, il bestione primitivo che è in noi? Forse per non dimenticare che la barbarie è in agguato e può ritornare? Le scolaresche vengono accompagnate ad Ausschwitz per questo motivo – e probabilmente senza grande frutto. Il criterio dell'estensione è anch'esso difficilmente applicabile: non solo non ci sono strumenti per sondare il cuore degli uomini ma, quando pure la malvagità dovesse dimostrarsi più diffusa della bontà, questa non sembra una buona ragione per considerare più reale ciò che prevale quantitativamente? Se certe possibilità di vita buona, o se si preferisce progredita, sono state raggiunte, è sempre possibile pensare che nel tempo possano divenire prevalenti, e che già da ora rappresentino un livello di realtà più alto della pura esistenza fattuale, così largamente intrisa di comportamenti malvagi.
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