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Ombre al femminile

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In Primo Piano

Ombre al femminile

di Anna Detheridge
Come linee d'ombra che segnano dei confini leggibili soltanto in controluce, così molti dei lavori più interessanti di questa 52esima Biennale rappresentano degli scarti minimi appena percettibili rispetto a un canone, un'iconografia già noti. Come dire, non sono i confini fisici a determinare le differenze culturali, ma qualcosa di molto più sottile e difficile da identificare.
Esemplare in questo senso è il lavoro di Nalini Malani, artista indiana le cui narrazioni stratificate sono delle allegorie pittoriche che mescolano epiche indiane e suggestioni europee, temi femminili quali il parto e il dolore, in una sorta di cosmologia sempre vagamente simmetrica. Il caleidoscopio di riferimenti incrociati restituisce al mittente pezzi di storia imperiale, mentre una liquidità amniotica avvolge un universo di simboli e morfemi in continuo movimento. Nel caso della Malani, nata a Karachi nel 1946 prima della creazione dei nuovi confini tra India e Pakistan e ora residente a Mumbai, tali linee d'ombra raccontate nel romanzo omonimo di Amitav Ghosh sono un vissuto personale.
La verità a volte è paradossale e questa Biennale curata da un maschio wasp americano potrebbe essere definita sommariamente "femminile" per l'attenzione che ha saputo dimostrare per le verità nelle pieghe delle cose, per le forme non gridate. E non si tratta del solito omaggio obbligato alla differenza di "genere", ma di una presenza significativa di personalità dotate di forza poetica in grado di sostenere una visione sotterranea non perché subalterna, ma soltanto perché inascoltata. Dalle silhouette ironiche di sapore coloniale dell'americana Kara Walker, ai filmati in super8 della giovane Margaret Salmon sul tema della forza e della vulnerabilità insieme, al padiglione cinese curato da Hou Hanru dedicato interamente al lavoro di cinque artiste come tentativo di mitigare una visione dello sviluppo economico e dell'urbanizzazione sempre più rapidi e aggressivi.
Tra le domande implicite che affiorano in questa Biennale è quanto sia ancora possibile parlare di arte come dominio della libertà? «In Cina - afferma il curatore, Hanru - il consumo, la comunicazione sono valori positivi. Dove tirare una riga tra democrazia e populismo? Come tenere viva la dimensione della critica, la coerenza e la rilevanza del proprio lavoro?» Forse l'unica risposta possibile è indiretta: l'importante è come contestualizzare il lavoro, (in questo caso la sensibilità femminile), come evitare il cliché, sottrarsi alla voglia di etichettatura, sempre in agguato, pronto ad archiviare tutto ciò che ha un reale potenziale trasformativo.
La contraddizione, la complessità sono altri temi trasversali da leggere soprattutto nei mille modi di affrontare la modernità. Tra i lavori più eloquenti vi è il video in più parti di Steve McQueen intitolato Gravesend, filmato in luoghi diversi: a Basra in Iraq, dove una torre bombardata ricorda quelle di Manhattan; a Walikala nel Congo dove viene estratto il coltan, un materiale oggi ricercatissimo per la resistenza al calore; il laboratorio automatizzato di Nottingham dove il coltan viene utilizzato nella telefonia e nella tecnologia militare; a Gravesend, sponda sud del Tamigi, il luogo esatto in cui comincia il romanzo di Joseph Conrad Cuore di tenebra (1899), all'origine di quei rapporti coloniali tra merci e popoli.
L'intero continente africano viene rappresentato da un padiglione al centro delle Corderie, dove il rapporto con la modernità passa attraverso ciò che Simon Njami del Camerun, curatore insieme all'angolano Fernando Alvim, definisce «l'emozione di essere visti». Le opere, provenienti in gran parte dalla Fondazione Sindika Dokolo, possono sorprendere per la riappropriazione di un'identità non etnica ma culturale, in grado di esprimere un punto di vista, che può comprendere liberamente Andy Warhol e Alfredo Jaar. La presenza africana alla Biennale di Venezia esiste da qualche anno, sempre ai margini. La vivacità e la forza poetica degli artisti africani in mostra, dagli arazzi di El Anatsui, agli allestimenti di Paulo Capela, alle sottili reti di Ghada Amer, alle rielaborazioni di stili occidentali da parte di Yinka Shonibare, meriterebbero una presenza più importante e articolata alla prossima Biennale del 2009.
L'edificio moderno che ospita il padiglione israeliano è stato l'oggetto della ricerca dell'artista Yehudit Sasportas, per la quale il rapporto con l'architettura è la continuazione del rapporto con il proprio corpo. Le proiezioni diventano voragini, riflessi di pozzanghere, un guardar dentro e un guardar fuori. Le opere, tutte disegnate a mano, raffigurano una natura spoglia, inospitale, in nessun modo consolatoria, in bianco e nero. E torna di nuovo il tema onnipresente delle ombre, dell'assenza del corpo, di specchi e di prospettive rovesciate. Come ombre sono anche il ricordo del golpe militare del 1973 in Cile, guidato da Augusto Pinochet, nella sovrapposizione di luoghi e tempi tra ieri e oggi di Melik Ohanian. All'epoca la Biennale delle Arti visive per mancanza di fondi non si fece. Quelle del cinema e del teatro (ottobre 1974) furono dedicate interamente alla Libertà per il Cile. Tempi che oggi sono realmente ombre, lontani anni luce.

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