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Abramovic: la prima volta al Moma

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In Primo Piano

Abramovic: la prima volta al Moma

di Marinella Venanzi
L'ultima fatica di Marina Abramovic è anche la prima mostra nella storia del Moma di New York dedicata alla performance. Quando negli anni Settanta, la Abramovic inizia a fare performance dal vero, i suoi compagni d'avventura sono Chris Burden, Gina Pane e Bruce Nauman: tutti impegnati a ridefinire il concetto di arte dopo i rivolgimenti sociali del Sessantotto e i loro contesti di azione sono la strada, i magazzini dismessi, i sotterranei delle gallerie. Difficile rimettere in scena tanto fremito. La retrospettiva storica al sesto piano del museo ci prova con l'ausilio di fotografie, proiezioni e oggetti originali che documentano più di cinquanta performance della Abramovic, insieme al recupero di cinque opere eseguite per tutta la durata della mostra dagli allievi dell'artista.
Fra queste, Imponderabilia (1977/2010), originariamente realizzata alla Galleria comunale d'arte moderna di Bologna, in cui due nudi sono appoggiati uno di fronte all'altro ai lati di una porta, in modo che chiunque voglia passare sia obbligato a farlo attraverso i due corpi; Relation in Time (1977/2010), in cui due performers siedono di spalle legati dai loro stessi capelli, senza potersi liberare; Point of Contact (1980/2010), in cui due corpi rimangono in piedi immobili per ore, toccandosi con la punta del dito indice. Sono parte del lavoro fatto con Ulay, compagno con cui la Abramovic ha girato il mondo dal 1975 al 1988, questionando il rapporto uomo-donna, la condizione di parità o disparità dei sessi, e in generale la vita con le sue relazioni di reciprocità. In mostra anche il tavolo con alcuni degli oggetti usati in Rhythm 0, l'ultimo di una serie di test sulla capacità di controllo fisico e mentale, eseguito a Napoli nel 1974. Per sei ore, durante l'opening della mostra, l'artista invitava il pubblico a usare sul suo corpo ciascuno dei settantadue oggetti presenti sul tavolo, assumendosi la responsabilità per qualunque cosa sarebbe avvenuta. Sono famose le foto di quell'evento, in cui la Abramovic sopportò ogni tipo di sevizia come essere svestita, decorata con catene, legata con lo scotch, bendata.
Dolore e fisicità hanno sempre fatto parte del suo lavoro; ha urlato fino a perdere la voce, ballato fino a collassare, pettinato i suoi capelli fino a strapparli. Ma non dobbiamo pensare alla sua come un'arte di protesta, né esclusivamente femminista o politica. Nel 1997 alla Biennale di Venezia ha portato in scena il dramma della guerra serba, vincendo il Leone d'Oro con l'opera Balkan Baroque: 4 giorni passati a pulire ossa di mucca in un sotterraneo come espiazione per i peccati commessi dal suo popolo; figlia di due leader nel governo di Tito, ha condiviso l'amore più grande della sua vita con il figlio di un soldato nazista. Ma come lei stessa più volte dichiara, l'esercizio fisico, la mortificazione del corpo è un rito, un passaggio verso il silenzio che consente all'artista di essere presente al suo pubblico in modo totale. Questo è anche il senso di tutto il suo lavoro, una comunione continua da cui trae la forza per andare oltre i limiti fisici, come accade quando giace per ore su un letto di ghiaccio, o rimane per dodici giorni senza mangiare. «Non è un fatto di dolore ma di decisione». ha dichiarato l'artista.
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1 «Marina Abramovic: The Artist Is Present», New York, Moma, fino al 31 maggio.

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