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Nelle macchinette autoscatti d'artista

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Nelle macchinette autoscatti d'artista

Ogni giorno arrivava una lettera di protesta, le solite mamme coi bambini, i soliti guardoni con voglie, anche di giustizia, represse. E così, alla metà degli anni 50, la direzione dei grandi magazzini Woolworth decise di intervenire. Quello scandalo andava chiuso e quelle tendine, che celavano baci, carezze e molto altro, andavano tolte. Mai più follie dietro il sipario del Photo Booth, il francese Photomaton, e la nostra cabina fototessera. Mai più intimità nel cuore di un luogo pubblico, in quel via vai di clienti e commessi. E soprattutto mai più fidanzate che aprivano la camicetta, e alcune andavano oltre, per lasciare un ricordo vivissimo del loro amore o suggerire ai partner un po' più di slancio. Ma come tutti i tentativi puritani o talebani di arginare la democrazia fotografica, togliendo o mettendo veli, anche questo fallì. Le tendine tornarono al loro posto, e ben presto dietro quel sipario di velluto rosso si riprese a recitare la commedia e la tragedia della vita, tra accettazione e rivolta, come racconta oggi una mostra straordinaria, «Derrière le rideau. L'estétique Photomaton», curata da Clément Chéroux, Sam Stourdzè e Anne Lacoste, e aperta al Musée de l'Élysée di Losanna fino al 20 maggio.
Seicento le opere esposte, tra fotografie, tele, video e serigrafie, realizzate da più di sessanta artisti – e tra i tanti Paul Eluard, Yves Tanguy, Max Ernst, Richard Avedon, Jacques Prévert, Lee Friedlander, Thomas Ruff, Cindy Scherman, Raymond Queneau e Andy Warhol – per ripercorrere dalle origini ai giorni nostri la storia di una macchina, che nell'esaltazione del suo automatismo ci ha lasciato soli, ma anche liberi, davanti a noi stessi. Una «macchina socratica», come la definisce Martin Crawl nell'introduzione al catalogo, «perché ci insegna a conoscere chi siamo». Chi sono? Chi sei? recitano i titoli delle principali sezioni della mostra. E alle domande potremmo aggiungere anche questa: perché mai in epoca di facilità digitale, di compulsivo autoscatto telefonico, sentiamo ancora il fascino di questa gigantesca scatola magica, di questo confessionale laico nel quale entrare per dare ufficialità al nostro volto o per fare una smorfia? Perché è divertente e costa poco, avrebbe risposto Anatol Josephewitz, abbreviato in Josepho, geniale inventore siberiano, classe 1894, che a ventisei emigra a New York e con undicimila dollari raccolti tra amici – quando una bella casa ne costava duemila – progetta e realizza nel 1925 il primo Photomaton, la prima vera e totale foto automatica. A marzo il brevetto, otto pose per 25 cents. A settembre una coda di 7.500 clienti, compreso il governatore di New York, attende il suo turno davanti al primo Photomaton Studio, aperto a Broadway tra la 51° e la 52° strada. Due anni dopo Josepho venderà la sua invenzione per un milione di dollari, di cui offrirà la metà in beneficienza. Ancora qualche mese e la cabina magica compare a Parigi. Per i Surrealisti è una festa. L'automatismo visivo completa il Manifesto del 1924. Perché tanto successo? André Breton ammette semplicemente di riconoscersi di più in una fototessera che in un ritratto di Man Ray. Il quale in risposta dichiara di lavorare come un Photomaton. Ma se è automatico che i Surrealisti, a occhi chiusi nel rifiuto di ogni ufficialità, partecipino entusiasti al rito della striscia a quattro pose – nei suoi archivi Breton ne conservava centinaia – sorprende il plauso di Henri Cartier Bresson, che nel 1952, nell'introduzione a Images à la Sauvette, scrive: «All'artificio di certi ritratti, preferisco di gran lunga le piccole carte d'identità una accanto all'altra nelle vetrine dei fotografi di passaporto. A quei volti puoi sempre fare una domanda».
A queste domande la sfinge moderna del Photomaton ha sempre risposto, impassibile, neutra come il fondale che incornicia ogni volto. A lei, che ha visto ballare al suo interno Fred Astaire nel film The Band Wagon, a lei che ha offerto ai Beatles i ritratti per la copertina di A Hard Day's Night, a lei che ha suggerito ad Andy Warhol la materia prima delle sue serigrafie, a lei si rivolge anche Franco Vaccari per un'opera straordinaria come "Esposizione in tempo reale", formata da più di 40.000 strisce, ovvero 160.000 pose, che gli stessi visitatori della Biennale di Venezia realizzano nella cabina fotografica – per la prima volta in un museo – e incollano al muro. Fotografia come azione e non come contemplazione, proclama l'artista. È il 1972. Dieci anni prima ed esattamente mezzo secolo fa, la Dedem, ancora oggi azienda leader nel settore, produce la prima macchina per fototessere in Italia e la colloca a Roma in Galleria Colonna, oggi Galleria Alberto Sordi. Per cento lire, quattro ritratti in tre minuti. Come a New York, la coda è immensa. Qualche anno dopo Luciana Zanon, attrice in erba, meravigliosa Stefania Sandrelli in C'eravamo tanto amati di Ettore Scola, entra in un Photomaton ai piedi della scalinata di Trinità dei Monti. Nicola, il suo breve flirt, si allontana per pochi minuti, ma quando ritorna la cabina è vuota e la donna è sparita. Un attimo e con quel suono d'ingranaggio familiare a tutti la macchina consegna le fotografie. Nicola le raccoglie, la cinepresa le inquadra: Luciana con lo sguardo perso, Luciana che piange, Luciana e il suo volto tra le mani. È vera angoscia o è un esercizio di recitazione? La sfinge tace. Ma chi altri avrebbe accolto il nostro dolore con più semplicità e senza giudizi?
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«Derrière le rideau. L'esthétique Photomaton», Losanna, Musée
de l'Élysée, fino al 20 maggio

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