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Ferdinando principe delle arti

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Ferdinando principe delle arti

Nella sfera iridescente della storia del collezionismo non può che risultare altamente lusinghiero il giudizio che Francis Haskell spiccò nel 1963 nei confronti del Gran Principe Ferdinando de' Medici: grazie a costui «Firenze divenne per qualche anno la città più interessante d'Italia, prima di sprofondare nel più totale provincialismo». A Ferdinando va riconosciuto il merito «di tale breve ma importantissimo risveglio», essendosi fatto interprete del «passaggio dai gusti secenteschi a quelli settecenteschi», in perfetta corrispondenza cronologica con le fasi della sua vita. Per altro il parere degli storici sul Gran Principe, figlio di Cosimo III sempre spacciato per un bigotto impenitente, e fratello di Gian Gastone il debosciato, vale a dire gli ultimi Medici, è controverso, anzi preferibilmente sbilanciato verso il negativo. Quanto al fatto che Firenze sarebbe sprofondata in una dimensione provinciale, va osservato che lo sparare cannonate (o piselli) sul capoluogo toscano non è un fenomeno precipuamente contemporaneo e nazionale, avendo avuto, con Haskell, un mentore già cinquant'anni fa.
L'interessante mostra allestita in alcune nuove sale degli Uffizi e curata da Riccardo Spinelli ruota intorno alla figura di Ferdinando de' Medici, seguendo un'indagine biografica che si basa ancora sul saggio di Harold Acton e sulla bella rassegna sovrintesa nel 1974 da Marco Chiarini. La biografia, però, oggi è riveduta in positivo, anche se la personalità del Gran Principe non riuscirà mai ad affrancarsi dallo stigma della svagatezza nella quale egli sguazzava. Prova eloquente ne è che accettò di sposare per procura Violante di Baviera (bruttina), su impulso del padre Cosimo, chiedendo in cambio delle sospirate nozze il permesso di recarsi a Venezia per il carnevale, prolungando il soggiorno per la durata di quattro mesi. Qui Ferdinando s'infiammò d'amore per l'arte veneziana e si distinse come ballerino. Un secondo viaggio veneziano, nel 1696, gli fu esiziale, infatti nella città lagunare, un po' dissoluta, contrasse la sifilide. A Venezia s'era invaghito di una cantante soprannominata Bambagia, la passione per la quale aveva soppiantato certe tendenze diverse, di cui si trova conferma in un quadro con Giove che rapisce Ganimede del fiorentino Anton Maria Gabbiani. Il Gabbiani era pittore di non eccelsa levatura, ma seguiva il variare delle passioni del suo illustre protettore con la puntualità di un metronomo. Fu lo stesso Gabbiani a dipingere il ritratto di Ferdinando alla viola da gamba attorniato da giovani musici, e quello dove compare, seduto alla spinetta, Cecchino de Castris, sempre pronto a «lusinghe e languori» (Acton) molto graditi al Gran Principe. Pur ostentando ufficialità, i due quadri sono scene di genere di indubbia piacevolezza, ma non testimoniano completamente le preferenze del loro committente, distribuite su un registro molto più ampio: in primis la pittura, poi la scultura, e non si può non osservare come negli anni a cavallo fra Sei e Settecento, in ambiente fiorentino, scultori del calibro di Soldani Benzi, Piamontini e Foggini superino in bravura i pittori; poi la decorazione degli interni e i manufatti d'alto artigianato, vedi le cornici, indici di uno sfarzo d'impronta internazionale che qualifica il gusto di Ferdinando come null'altro.
Dagli inventari medicei si apprende che la raccolta di quadri del Gran Principe, al culmine, oltrepassava le mille unità. L'ampio panorama contemplava opere di soggetto sacro e profano, nature morte, scene di genere, grandi pale d'altare acquistate nelle chiese della Toscana e rimpiazzate da copie d'autore, quadri di piccole dimensioni di maestri europei (con attribuzioni anche di fantasia), che stipavano le pareti del gabinetto della villa di Poggio a Caiano. Fra le scuole italiane, in cima alle preferenze di Ferdinando si collocava quella veneziana, anche se – a ben guardare – prima della svolta in direzione decisamente settecentesca, quando nella vita di collezionista del Gran Principe farà irruzione il bellunese Sebastiano Ricci, quadri veneti da strabuzzare non ve n'erano. Incline alle forme del barocco, anche nelle sue espressioni teatrali e musicali, Ferdinando apprezzava assai più la pennellata concitata che il disegno corretto. L'incontro con Sebastiano Ricci e Giuseppe Maria Crespi dà testimonianza dell'apertura settecentesca del Principe declamata da Haskell, ma per farsi un'idea più tornita possibile della tempestività d'aggiornamento del Medici è obbligo visitare, partendo dall'epicentro della mostra agli Uffizi, le ville di Poggio a Caiano e di Pratolino, e specialmente l'appartamento al pianterreno di Pitti con i magnifici affreschi del bellunese. Quanto al Crespi, nelle raccolte di Ferdinando si conservano due dipinti molto celebri, d'argomento pressoché opposto: la Fiera di Poggio a Caiano, oggi intitolata sul fondamento di una nuova lettura La burla dello Scema, dove lo Scema è il nome di un tizio della corte del Gran Principe, e la Strage degli innocenti, che fu commissionata al pittore bolognese da un sacerdote, don Carlo Silva, per farne dono al Gran Principe, ma poiché il religioso s'era rifiutato di pagarla, il pittore se la portò via, fuggendo dalla finestra, e la offrì di persona al Medici di stanza a Livorno. Questi l'acquistò, nonostante il soggetto per nulla burlesco. Era il 1708. L'anno seguente il morbo che avrebbe condotto il Gran Principe alla paralisi e alla morte si acutizzò. Morì a cinquant'anni esatti, fra le lacrime e le preghiere di Violante e dei fiorentini tutti.
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Il Gran Principe Ferdinando de' Medici (1663-1713). Collezionista e mecenate, Firenze, Galleria degli Uffizi, sino al 3 novembre. Catalogo Giunti

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