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Corporate art collection: un ponte fra arte e impresa

  • –di Gregorio Raspa

Quello delle Corporate Art Collection è un fenomeno che nel corso degli anni - specie nell'ultimo trentennio - si è andato via via consolidando anche in Italia e che, oggi, deve necessariamente fare i conti con i temi della sua gestione e valorizzazione e sfidare i budget - sempre più poveri - imposti dalla crisi.
Se storicamente il fenomeno, soprattutto in una prima fase, ha interessato il settore bancario e assicurativo, oggi invece investe realtà aziendali tra le più disparate che, per ragioni diverse, decidono di investire risorse economiche importanti nell'acquisizione di opere d'arte e beni culturali.

Foto / Corporate art collection: un ponte fra arte e impresa

Col tempo, infatti, la collezione d'impresa è divenuta per le aziende un vero e proprio asset strategico da spendere nel processo di costruzione/potenziamento dell'immagine del brand e, a seconda della vocazione geografica dell'attività svolta, di consolidamento del rapporto con il territorio di riferimento e/o di penetrazione nei mercati obiettivo.
Il fenomeno, che come detto in precedenza ha assunto rilevanza anche nel nostro paese, è stato posto al centro di uno studio condotto da Axa Art e Plus 24-ArtEconomy24 e realizzato in collaborazione con gli studenti del 4° Master in Economia e Management dell'Arte e dei Beni Culturali della Business School del Sole 24 Ore.
I risultati della ricerca sono stati presentati la scorsa settimana a Milano, nel corso di un convegno tenutosi presso la sede del Sole 24 Ore davanti ad una platea che riuniva, per l'occasione, professionisti del mondo dell'arte e dell'impresa, giornalisti, studenti e semplici appassionati.

Lo studio, realizzato per mezzo della somministrazione di questionari semi-strutturati ad un panel composto da circa 350 tra aziende, banche, studi professionali e Fondazioni, ha analizzato i tre "ambiti" tradizionali di una corporate collection - formazione, gestione e valorizzazione - nel tentativo di delineare i tratti caratteristici del fenomeno nel nostro paese e coglierne le sue specificità. In particolare, i risultati della survey fotografano una realtà sufficientemente strutturata e in continua evoluzione, non sempre dotata di strumenti di gestione adeguati, ma aperta alle sfide di internazionalizzazione e rinnovamento.

Se la passione del fondatore - identificabile nell'imprenditore che nel 64% dei casi decide anche gli acquisti e assume la responsabilità della raccolta - costituisce ancora l'elemento fondante della nascita e dell'orientamento della collezione (34%), rilevanti sono anche le quote percentuali di rispondenti che hanno indicato nella volontà di rafforzare la corporate identity (12%), e in quella di implementare la comunicazione esterna (6%), due motivazioni poste alla base della decisione di costituire una collezione.

Questi risultati, se letti con attenzione, esprimono in sintesi la fiducia che le aziende ripongono, oggi, nell'arte in quanto "strumento" capace di veicolare attributi di valore universalmente apprezzabili, riconoscibili e, in quanto tali, facilmente ribaltabili sulla brand image e agevolmente traducibili in capitale reputazionale. Non a caso, la maggior parte delle imprese (56%) sceglie di rendere visibile il proprio patrimonio soprattutto in occasione di eventi aziendali in cui l'associazione tra impresa e collezione è immediatamente apprezzabile dal pubblico (interno ed esterno). A quest'ultimo, una parte rilevante del campione (30%) dichiara comunque di offrire un'attività espositiva permanente. Un dato importante, che sottolinea la volontà delle imprese di garantire adeguati processi di fruizione delle raccolte e, in parte, testimonia la sensibilità al tema della social responsability, riconosciuto come prioritario dal 37% degli intervistati.
Se confortanti appaiono le evidenze appena descritte, maggiori perplessità destano, invece, i dati registrati dalla survey sulla gestione delle collezioni.

Dallo studio emerge con chiarezza, infatti, la mancanza di una definita strategia d'investimento e monitoraggio delle raccolte: solo il 19% del campione intervistato dichiara di destinare un budget prestabilito di spesa per la collezione e appena il 23% dichiara di avere un'attività programmata di manutenzione della stessa. Questi dati, se abbinati ad una mancata attività di aggiornamento delle stime - il 41% delle aziende conosce solo il valore di carico delle opere -, restituiscono l'immagine di una realtà che, seppur economicamente importante - secondo lo studio quasi il 50% delle corporate collection italiane ha un valore di mercato superiore ai 5 milioni di euro - risulta ancora priva degli strumenti di gestione adeguati e della dotazione di professionalità dedicate: solo il 42% delle raccolte è supervisionato da un comitato scientifico.

La ricerca in esame, come giustamente ha sottolineato Italo Carli - direttore generale di Axa Art -, rappresenta un passo importante nell'approfondimento del rapporto tra arte e impresa nel nostro paese, e stimola il dibattito anche in ambiti di studio collaterali al tema. Interessanti, a tal proposito, risultano le riflessioni formulate da Franco Dante - dello Studio Dante & Associati - che, nel corso del convegno, è intervenuto discutendo della fiscalità legata alle corporate collection affrontando, tra gli altri argomenti, la spinosa questione della deducibilità dei costi di mantenimento della collezione e il tema della detraibilità dell'Iva.

Nel corso della conferenza sono state raccolte anche le preziose testimonianze imprenditoriali della Rottapharm|Madaus di Monza, della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, della Fondazione Fotografia Modena, dello studio professionale milanese Nctm e della Fondazione Banca Intesa Sanpaolo: case history tra le più note in Italia sul tema delle collezioni d'arte d'impresa.
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