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In Primo Piano

e Bernard Aikema
Grazie al supporto corale di prestatori e sostenitori, e alle monumentali sale della Gran Guardia, Verona, la città natale di Paolo Veronese (1528-1588), è riuscita a rendere un degno omaggio alla grandezza di questo suo illustre concittadino.
L'esposizione – aperta ieri e dedicata a due amici scomparsi, Terisio Pignatti e W. R. Rearick – intende offrire una particolare lettura del maestro: affianca i disegni ai dipinti, propone novità e proposte critiche, segue un tracciato monografico, insiste nel fare apprezzare la spettacolarità delle invenzioni e il fascino dei colori di Paolo.
Il percorso si articola in sei sezioni che trovano stretta corrispondenza nel catalogo edito da Electa: la giovinezza, il rapporto con l'architettura e la decorazione, la committenza, i miti e le allegorie, la religiosità e l'officina.
Nel chiaro allestimento di Alba Di Lieto e Nicola Brunelli, i disegni vengono proposti come «spina dorsale» del ragionamento, in teche che garantiscono ai delicati fogli adeguate condizioni di luce e, al tempo stesso, il rapporto visivo con i temi e i dipinti con cui stanno in relazione.
La presenza di ciascuna opera è stata ricercata con precisione e ognuna è preziosa, ma eccezionali sono le tredici concesse dal Louvre, i dodici fogli prestati dal Kupferstichkabinett di Berlino, i cinque dipinti inviati dalla National Gallery di Londra, cinque tele e una scultura prestati dalla Soprintendenza di Venezia, la Cena in Casa di Simone della Sabauda di Torino. Quest'ultima, dipinta per Verona, costituisce il punto d'arrivo della formazione di Veronese.
La mostra si apre con la proposta che sia Paolo Veronese il pittore diciottenne di Ham House, ritratto probabilmente da Antonio Badile nel 1546, e prosegue accostando alla Maddalena di Londra due rari modelletti, la Deposizione di Castelvecchio e la Pala Bevilacqua, sua prima opera documentata. L'eccezionale Marco Curzio di Vienna, le quattro Virtù su tavola dalla chiesa veneziana San Sebastiano, le tele che forse ornavano il soffitto di un palazzo palladiano, con la Temperanza strappata nell'Ottocento dalla villa Soranzo a Castelfranco Veneto, aprono sulle prime imprese decorative, in cui Paolo era affiancato da un piccolo gruppo di artisti veronesi che, dice Vasari, Michele Sanmicheli «amava come figliuoli». Alcuni di loro furono invitati con lui a realizzare quattro pale per il Duomo di Mantova, ciclo di cui fa parte il Sant'Antonio ora a Caen. Tra le primizie degli esordi, anche il ritratto di Collaltino Collalto.
A questo punto il percorso intreccia committenza, rapporti con l'architettura, declinazioni della religiosità. Tra le poche assenze dolorose vi è il ritratto di Daniele Barbaro, che fu il vero motore, con Andrea Palladio, del prender forma di straordinarie architetture illusionisticamente dipinte da parte di un artista come Veronese, educato alla sensibilità per i fatti costruttivi. Da questo specifico aspetto deriva il sottotitolo della mostra. Se la Bella Nani è davvero Giustiniana Giustinian, moglie di Marcantonio Barbaro, per suo tramite un forte richiamo alla villa di Maser sarà presente. Alle ante dell'organo della chiesa veneziana di San Geminiano, abbiamo accostato il busto del parroco Benedetto Manzini, che Paolo ritrae in uno dei santi; la scultura è opera di Alessandro Vittoria, a sua volta soggetto del quadro veronesiano del Metropolitan esposto a fianco.
Le tele della sala successiva testimoniano le diverse funzioni del dipinto religioso, dal quadro per un refettorio conventuale alle pale d'altare, dal telero da "portego" al piccolo formato di squisita fattura, più volte replicati per raffinati collezionisti.
Gli eccezionali prestiti delle quattro Allegorie della National Gallery di Londra e del Ratto d'Europa del Palazzo Ducale di Venezia contribuiscono a rendere superbo il capitolo dell'esposizione dedicato a «Miti e Allegorie», mentre un'ampia selezione di disegni (ma non solo) permette di richiamare l'attività di Paolo come pittore di Stato, creatore dell'immagine ufficiale della Repubblica di Venezia.
La sezione seguente dimostra quanto fosse intenso, colto e originale il sentimento religioso di cui Veronese seppe farsi interprete, in sintonia con il dibattito del suo tempo.
Abituato a confrontarsi con la dimensione monumentale dell'architettura, oltre che a emularla illusionisticamente, Paolo lavorò fin dagli esordi con colleghi, collaboratori, assistenti. La mostra si conclude con un'indagine sugli «Haeredes Pauli», la firma creata dal fratello Benedetto e dai figli Gabriele e Carletto dopo la morte del maestro sessantenne, nel 1588. Essa è imperniata sulla Cena in casa di Levi proveniente da San Giacomo alla Giudecca, grandissima tela restaurata per l'occasione da Barbara Ferriani ed estrema testimonianza di quei Conviti che furono una specialità riconosciuta di Veronese, e che gli procurarono anche l'attenzione dell'Inquisizione, a cui, come noto, egli rispose orgogliosamente ribadendo la libertà creativa dell'artista.
Persona moderata e operosa – come raccontano i biografi a partire da Carlo Ridolfi – Paolo fu attento e oculato nell'investire i propri guadagni e nel portare avanti gli interessi familiari. Nessuno meglio di lui espresse i valori e le attese della società in cui viveva, inserendo le sue tele e i suoi affreschi a completamento della nuova architettura con cui Michele Sanmicheli, Sansovino, Palladio trasformarono il volto di un'intera regione, dove trentadue siti offrono ancora oggi la possibilità di ritrovarlo e ammirarlo.
E l'itinerario prende avvio proprio a Verona, dallo spettacolare Martirio di san Giorgio dipinto per la chiesa di San Giorgio in Braida. Numerose altre novità infine, emergeranno dal convegno promosso dall'Università di Verona dal 25 al 27 settembre.
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la mostra
La mostra «Paolo Veronese, l'illusione della realtà» che ha aperto ieri i battenti al Palazzo della Gran Guardia di Verona, e che sarà visibile fino al 5 ottobre prossimo, offre agli amanti dell'arte un'occasione davvero da non perdere. Paolo Caliari detto il Veronese (1528-1588) torna nella sua città natale con una rassegna dedicata alla sua figura e alla sua opera, promossa e organizzata dal Comune e dall'Università di Verona, dalla Soprintendenza e in collaborazione con la National Gallery di Londra. L'esposizione – curata da Paola Marini (direttrice del Museo di Castelvecchio) e Bernard Aikema (Università di Verona) con il prezioso apporto di Thomas Dalla Costa e Ilaria Turri – offre circa 100 opere fra dipinti e disegni, provenienti dai più prestigiosi musei italiani e internazionali. È la prima monografica di tale ampiezza e presenta Paolo Veronese attraverso 6 sezioni espositive: la formazione a Verona, i fondamentali rapporti dell'artista con l'architettura e gli architetti (da Michele Sanmicheli a Jacopo Sansovino ad Andrea Palladio), la committenza, i temi allegorici e mitologici, la religiosità, e infine le collaborazioni e la bottega, importanti fin dall'inizio del suo lavoro. Il catalogo è edito da Electa. A Paola Marini e Bernard Aikema abbiamo chiesto di illustrare la rassegna.

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