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In Primo Piano

È ancora vivissima l’angoscia per le orrende sequenze delle barbare distruzioni perpetrate nel Museo archeologico di Mosul e nel Parco archeologico di Ninive con sculture assire e partiche di Ninive e di Hatra straziate e polverizzate da mazze e martelli pneumatici dalla furia iconoclasta degli implacabili nemici di ogni espressione artistica delle più gloriose civiltà del passato. Ora cominciano a trapelare attonite e sommesse, quanto ferme e dolenti, testimonianze di abitanti di Mosul sull’entità degli irrecuperabili danni inferti al patrimonio culturale universale. Così si apprende che la maggioranza delle opere distrutte nel Museo della città del Saladino, forse addirittura l’80%, dovevano essere copie in gesso, perché gli originali sarebbero stati provvidenzialmente trasferiti a Baghdad, ma è certo che originali di inestimabile valore erano i massacrati splendidi tori androcefali in alabastro che Sennacherib agli inizi del VII secolo a.C. eresse nella Porta di Nergal, una delle più monumentali tra le quindici porte urbiche che il gran re assiro eresse sul lungo e spettacolare circuito di mura che delimitava i 750 ettari di superficie dell’ultima capitale dell’impero d’Assiria. Dopo la deflagrazione che ha fatto saltare in aria l’estate scorsa il venerato santuario islamico dove la tradizione voleva fosse la tomba del profeta Giona sulla seconda cittadella di Ninive, quale sorte sarà riservata ai numerosi resti del Parco archeologico di Quyunjik, la cittadella principale della città che lo stesso Sennacherib definiva nelle sue iscrizioni «la nobile metropoli, la fondazione eterna, l’imperitura struttura, la cui pianta fu definita fin all’inizio dei tempi insieme alle stelle del firmamento»?

Nello sgomento che sta paralizzando il mondo della cultura di fronte a devastazioni di una nuovissima barbarie e nell’attesa che il Consiglio di sicurezza dell’Onu condanni questi atti esecrabili come crimini contro l’umanità, da quel martoriato Paese che è oggi l’Iraq giunge la notizia, straordinariamente positiva, che sabato 28 febbraio lo stesso Primo ministro Haider el-Abadi ha solennemente inaugurato a Baghdad il nuovo Museo dell’Iraq, riaprendolo al pubblico dodici anni dopo il terribile sacco cui fu sottoposto subito dopo l’entrata dell’esercito americano a Baghdad. Una dichiarazione ufficiale afferma che la riapertura del museo resa possibile da un’ampia collaborazione internazionale è un messaggio di sfida a chi ha voluto distruggere il secondo museo archeologico dell’Iraq: una risposta di civiltà contro la barbarie. Il portavoce del ministero del Turismo e delle Antichità ha dichiarato: «I nostri cuori sono andati in frantumi quando sono andati in frantumi quei capolavori a Mosul», ma, ha aggiunto, «ora che il Museo Nazionale dell’Iraq è di nuovo aperto, è il popolo dell’Iraq che può ricominciare a vivere».

Nella terribile devastazione dell’aprile 2003 al Museo dell’Iraq furono sottratti - oggi calcolano le fonti ufficiali – circa 15mila reperti e nella dozzina di anni trascorsi circa un terzo di essi sono stati recuperati e restituiti alla struttura museale. Ancora oggi una parte dei funzionari sono impegnati, con il sostegno della comunità internazionale degli archeologi, a rintracciare i reperti scomparsi, che continuano a comparire sui mercati internazionali di antichità, malgrado l’impegno di una grandissima maggioranza delle istituzioni museali pubbliche di tutto il mondo a non acquisire alcun oggetto che potrebbe esser stato sottratto al grande museo iracheno.

Tra le eccezionali opere di maggiore antichità che vengono riproposte al pubblico nel nuovo allestimento del Museo dell’Iraq sono alcuni capolavori dell’età protostorica che scomparvero nel saccheggio del 2003 e che furono restituiti, talora gravemente danneggiati, anche a seguito di pressanti appelli lanciati dalle moschee.

Uno di questi, che ha subito danni non secondari, è il celebre vaso di Warka, un calice monumentale in pietra degli anni attorno al 3000 a.C., decorato con eccezionali rilievi che rievocano una solennità religiosa di fondamentale importanza nella società protostorica, in cui compare la dea Inanna tra numerose offerte e le sue insegne sacre, che doveva assicurare la fertilità universale. Allo stesso periodo appartiene anche, tra i tesori del Museo di nuovo esposti, la cosiddetta Dama di Warka, un volto femminile di ieratica purezza formale, che potrebbe essere un resto di un prezioso simulacro cultuale polimaterico della grande dea venerata nella più estesa e forse più antica città protostorica, la Uruk le cui celebri mura la tradizione sumerica attribuiva a Gilgamesh, leggendario sovrano della città.

Nel nuovo Museo hanno anche largo spazio importanti serie di pur frammentari rilievi assiri della vastissima reggia di Khorsabad, dove gli scavi in Mesopotamia ebbero inizio nel 1842 per iniziativa francese e dove la spedizione americana di Chicago tra le due guerre mondiali ebbe il merito di recuperare non pochi rilievi abbandonati dal pioniere ottocentesco dell’archeologia orientale, il franco-piemontese Paul-Emile Botta: le sculture di Khorsabad dell’esplorazione novecentesca furono divisi tra l’Oriental Institute di Chicago e il nascente Museo dell’Iraq di Baghdad.

Gli impressionanti e maestosi tori androcefali che sugli stipiti dei portali dei palazzi nella concezione assira dovevano proteggere da spiriti maligni tutti gli ingressi delle maggiori sale palatine e delle porte urbiche di Khorsabad, oggi presenti nei musei di Parigi, di Chicago e di Baghdad, furono i modelli di quelli che Sennacherib commissionò per Ninive alle espertissime maestranze che avevano lavorato, a Khorsabad appunto, per erigere la nuova capitale che aveva tenacemente voluto suo padre Sargon. Non poche sono le lettere redatte dalla cancelleria imperiale che ci sono pervenute in cui Sargon interrogava impazientemente i suoi collaboratori sull’estrazione dei giganteschi blocchi di alabastro da cui sarebbero state tratte le immagini dei tori androcefoli, sullo stato di realizzazione delle sculture e sul loro difficoltoso trasporto sul Tigri dalle cave montane alla nuova capitale.

Negli stessi giorni, opere di una grande arte antichissima distrutte irreparabilmente a Mosul e opere della stessa civiltà restituite alla fruizione pubblica a Baghdad. È comprensibile - e si auspica profetico - il commento di un anonimo visitatore del rinato museo della capitale irachena: «La politica ha diviso il nostro popolo, ma questo patrimonio è ciò che può rimetterci insieme».

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