
Zurigo celebra Miró con due mostre: una istituzionale al Kunsthaus Zürich, www.kunsthaus.ch dedicata ai grandi murali dell'artista spagnolo (fino al 24 gennaio 2016), e l'altra alla galleria Gmurzynska, che celebra quest'anno 50 anni di attività nel mercato dei maestri dell'arte moderna. Aperta a Colonia dalla polacca Antonina Gmurzynska per mostrare l'avanguardia russa, allora proibita in patria e sconosciuta in Europa, successivamente spostata a Zurigo, è passata poi in mano alla figlia Krystyna che a sua volta ora passa il testimone alla figlia Isabel. La mostra è stata inaugurata con una performance del nipote dell'artista, Joan Punyet Miró, pensata per shockare il pubblico. ArtEconomy24 ha intervistato Mathias Rastorfer, uno dei partner dal 1991 della galleria.
Come si posiziona la vostra mostra rispetto a quella al Kunsthaus Zürich?
Abbiamo voluto fare un'esposizione diversa dalle solite su Mirò. C'è solo un'opera immediatamente riconoscibile per i visitatori, così da sottolineare l'aspetto di grande innovatore dell'artista, la sua attività di sperimentatore con sempre nuove tecniche e materiali. Mirò, infatti, osava persino più di Picasso: ha lavorato con la performance, il fuoco, il collage, i tessuti e i tagli.
Qual è il vostro scopo?
Quello di cambiare la percezione dell'opera di Mirò. Le gallerie e le fiere sono diventate prevedibili, tutto è stabilito in base alle regole di mercato. Ad Art Basel vediamo il pubblico attraversare il nostro stand pensando di avere già visto tutto. Noi vogliamo tenere viva l'arte di questo periodo, un momento fondamentale della storia in cui l'arte si è smarcata dalla ricerca del realismo e gli artisti sono stati veramente innovativi.
Cos'è cambiato rispetto ad oggi?
Per gli artisti dell'avanguardia era fondamentale non ripetersi, non diventare riconoscibili, essere sempre radicali. Nel mercato di oggi rischiare è diventato caro. Si ha paura di cambiare stile perché gli artisti sono giudicati dal successo finanziario. Prima, invece, quello che importava era il giudizio dei colleghi.
Quanto ci è voluto per mettere insieme la mostra?
Molto tempo per ricercare queste opere: avremmo potuto prenderle in prestito ma volevamo fare una mostra in cui alcune delle opere - non tutte - fossero in vendita. Metà dei collage esposti sono in vendita, e ci sono voluti 15 anni per metterli insieme, perché ce ne sono solo 40 in tutto e la maggior parte sono già in musei come il Pompidou, il MoMA e il Guggenheim e in collezioni private come quella di Leon Black e di Ronald Lauder. Forse non sono le opere più ricercate dal punto di vista commerciale, ma lo sono dal punto di vista culturale. Se ami veramente Mirò e vuoi opere storicamente importanti, sono le opere che cerchi.
Qual è il price range delle opere?
Da 50.000 a 8.000.000 dollari.
Qual è il link con la performance del nipote di Miró?
È il Mirò ribelle, che il pubblico non conosce. Non voglio apparire nostalgico, ma il mondo dell'arte è cambiato: ci concentriamo sempre più sugli aspetti economici e monetari per stabilire il successo di un artista. Con la nostra mostra vorremmo dimostrare che allora si trattava di riconoscimento puro. Miró è stato capace di rompere con la tradizione e sfidare sé stesso fino all'età di 90 anni.
Da dove deriva il cambiamento nel mercato dell'arte attuale?
Siamo arrivati ad essere troppo simili al mondo della moda. Basta riflettere sul fatto che due esperti di moda dirigono Christie's e Sotheby's. Conoscono le tecniche commerciali del lusso e l'arte ne è stata risucchiata e viene promossa come una borsetta.
Da quando ha iniziato a lavorare nel mondo dell'arte ad oggi come sono cambiate le cose?
Ho iniziato nel 1980 a New York. Allora una carriera nell'arte non era una buona scelta, i miei genitori erano contrari. Oggi se tuo figlio ti annuncia di voler diventare gallerista gli si apre davanti una carriera simile a quella di un avvocato, un agente immobiliare o un investment banker. Queste carriere hanno un mix di hip, successo monetario e riconoscimento sociale. Un cambiamento che ha interessato anche gli artisti, perché oggi hanno un ciclo di vita simile a quello di un atleta: sai che a 35 anni la tua carriera è finita, quindi devi fare qualcosa tra i 20 e i 30 anni. Il ciclo di vita dell'artista è diventato sempre più breve: tutti vogliono vendere prima che i prezzi calino e devono farlo sempre più velocemente, così i cicli si accorciano. Manca il senso di responsabilità.
Da parte di chi?
Quando c'è il tuo nome sulla porta della galleria, che è attiva da 50 anni ed è alla terza generazione, senza finanziatori esterni, tutto quello che fai porta il tuo nome, non puoi nasconderti. Quando compri all'asta è diverso. Per esempio, un grande collezionista inglese che poco prima della famosa asta del settembre 2008 di Damien Hirst, comprò diversi dipinti dell'artista su consiglio di Sotheby's, qualche anno dopo tornò dalla medesima casa d'asta lamentandosi del consiglio d'acquisto dato con una tempistica sbagliata, poiché il valore delle opere successivamente si era ridotto a un terzo. La risposta fu: “Sa, tutti noi abbiamo imparato molto negli ultimi tempi”. Tutto si è ridotto a zero responsabilità, brevi cicli di vita come nella moda e uso delle tecniche di marketing e peso del valore monetario. Per fortuna non proprio tutto il mondo dell'arte è così, altrimenti sarebbe un disastro.
Vede una possibilità di cambiamento?
Sono nella commissione di Art Basel, in quella congiunta per tutte e tre le fiere (Basilea, Miami e Hong Kong) per la sezione moderna, e vedo sempre più gallerie di arte contemporanea mostrare opere moderne per ritrovare le origini della creatività del presente. Sono stato criticato per 15 anni perché come galleria di moderno mostravo l'arte contemporanea. Oggi quanto espongono i colleghi di contemporaneo mi fa pensare che il pubblico abbia ricominciato a cercare la sostanza, i contenuti e i significati. C'è qualcosa alla fine del tunnel.
Continuerete in questa direzione di riattualizzazione dell'arte del passato?
Abbiamo iniziato a dicembre 2014 ad Art Basel Miami Beach con una collaborazione con il regista Baz Luhrmann de “Il Grande Gatsby” che ha disegnato il nostro stand. La mostra si chiamava “Lo poteva fare anche mio figlio”, la seconda frase che si sente in fiera dopo “Quanto costa?”. Luhrmann ha realizzato tutto lo stand come se fosse una scuola con i capolavori dell'arte e i libri. È stato incredibile. Non ho mai visto così tante persone leggere. Non posso ancora rivelare la prossima iniziativa, ma sarà una mostra curata da un vostro connazionale che sceglierà dipinti da 50 anni di storia e li appenderà come in una quadreria ottocentesca. Non ci saranno didascalie né cronologie, il contrario di quello che si fa oggi alle fiere. Discuto sempre con gli altri membri delle commissioni sulla correttezza politica. Devi avere le pareti bianche, ecc. Ma l'arte non è fatta per essere disciplinata. Vogliamo andare controcorrente. Saremo criticati ma finora abbiamo dimostrato la nostra qualità.
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