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Il solare termico per la produzione di acqua calda si ripaga in sei anni

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risparmio energetico

Il solare termico per la produzione di acqua calda si ripaga in sei anni

  • –di Dario Aquaro

Sfruttare l’energia del sole per produrre acqua calda, risparmiando sui consumi di gas. Una soluzione meno “pubblicizzata” rispetto al fotovoltaico per la produzione di energia elettrica, ma che continua a diffondersi in Italia, dove si gode di un buon livello di irraggiamento medio. La radiazione scalda un liquido che circola all’interno dei pannelli e trasferisce il calore assorbito a un serbatoio di accumulo: così funzionano gli impianti solari termici. Che – a determinate condizioni strutturali e climatiche – potrebbero esser utilmente impiegati anche per riscaldare o raffrescare gli edifici. Il costo di un impianto “chiavi in mano” dipende da una serie di variabili: l’immobile su cui si interviene, la tecnologia dei pannelli, la modalità di circolazione del fluido, le dimensioni.

«Tarato dunque su esigenze di consumo, zona climatica, irraggiamento, e badando agli eventuali vincoli paesaggistici, l’impianto restituisce in media un risparmio annuo quantificabile tra il 60 e l’80% della bolletta per acqua calda», osserva Davide Chiaroni, vice direttore Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano. L’intervento va quindi di solito a integrare, e non sostituire in toto l’impianto, perché c'è sempre bisogno di una caldaia per la produzione invernale “di sicurezza”. Da un punto di vista tecnologico, il primo distinguo riguarda i collettori (pannelli), che possono essere scoperti (ormai poco utilizzati), vetrati, o sottovuoto (vedi scheda). «I piani vetrati hanno un buon rendimento termico e un conveniente rapporto costi/benefici. Mentre quelli sottovuoto, più complessi e costosi, sono d’altra parte più efficienti – continua Chiaroni – grazie alle basse dispersioni energetiche e alla maggior capacità captante, che consente di ridurre di un 25% lo spazio necessario per l’installazione». Lo scarto nei costi (30% circa) viene quindi compensato dalla resa: un differenziale che si percepisce soprattutto nelle zone climatiche meno temperate (in genere, centro-nord) e nel periodo invernale. Una seconda distinzione riguarda invece il modo in cui avviene la circolazione del fluido. Negli impianti a circolazione naturale – dove il serbatoio (orizzontale e per quanto possibile isolato) è posizionato al di sopra del pannello – il liquido gira grazie al processo convettivo/gravitazionale: quello presente nel collettore, scaldatosi, tende a salire verso l’accumulo lasciando il posto all’altro che dal serbatoio scende nel pannello, dove si riscalda nuovamente. L’acqua contenuta nel serbatoio raggiunge così la temperatura desiderata. «Negli impianti a circolazione forzata, dove la cisterna d’accumulo è collocata al di sotto del pannello, nel locale caldaia o in qualsiasi altro all’interno dell’abitazione – precisa Marco Chiesa dell’Energy & Strategy Group – il movimento del fluido è invece garantito da un sistema di pompe. Questa tipologia rappresenta oggi oltre il 90% delle nuove installazioni. Ed è ideale anche per l’eventuale produzione di acqua per il riscaldamento. Ma in un sistema a pannelli radianti, a pavimento o parete, che richiede una bassa temperatura di funzionamento».

Ipotizziamo un’abitazione unifamiliare di quattro persone nel nord Italia, con consumi di acqua calda prodotta con Gpl – molti interventi, riferiscono gli operatori, sono fatti in sostituzione di impianti con questo tipo di gas, più costoso del metano – pari a 240 litri al giorno, per una spesa annua di 650 euro. «Un impianto a circolazione forzata con collettori piani su tetto da 5,75 mq e un serbatoio da 3-400 litri, può avere un costo chiavi in mano (compreso quindi dei lavori di allacciamento al la vecchia rete idraulica, ndr) di 6mila euro. Valutando un risparmio nei consumi pari a 430 euro e l’inflazione, con il bonus fiscale del 65% l’investimento torna in 6 anni», commenta Tiziano Dones, consulente energia di Gemini Project, società che si occupa di risparmio energetico –. Con i collettori sottovuoto il costo sale a 8.200 euro, il pay-back si allunga a 7 anni, ma con risparmi più ingenti pari a 550 euro, che nel tempo crescono determinando un attivo maggiore. Soprattutto in considerazione dei circa vent’anni di vita utile dell’impianto, che in questa circostanza ha oltretutto dimensioni ridotte a 4 metri quadrati».

Se nelle stesse ipotesi si sceglie invece la leva del conto termico, il contributo agevolato risulta inferiore, ma più rapido (vedi articolo a lato). «Nel primo caso si ricevono in un biennio 1.955 euro, mentre il ritorno dell'investimento avviene in 8 anni. Nel secondo caso, scegliendo i collettori solari da 4 mq – prosegue Dones – anche se ovviamente si ottengono maggiori vantaggi economici nel lungo periodo, il pay-back time è di 10 anni perché l’incentivo scende a 1.360 euro complessivi. Il conto termico agevola infatti l’installazione del solare termico sulla base della sola superficie dell’impianto». Quanto alla struttura dell’impianto stesso, se non ci sono particolari vincoli paesaggistici che impongono di integrarlo e si dispone di un adeguato spazio a terra, i pannelli – con le dovute accortezze - possono anche non essere installati su tetto. In giardino, ad esempio, si riuscirebbe a inclinarli fino a 45-50 gradi (rispetto ai 18-22 del tetto) e così aumentare l’incidenza nei mesi invernali.

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