Il Sole 24 Ore
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22 marzo 2011

Tokyo trema, Pechino ha paura

di Francesco Sisci


Aria gialla soffocante portata da vento orientale incombeva a Pechino ieri, dopo giorni di allarme, di angoscia impalpabile: è una paura sottile per l'eco delle esplosioni nella centrale nucleare giapponese di Fukushima a 200 chilometri da Tokyo.
A una decina di giorni dal terremoto e dallo tsunami, che hanno danneggiato la centrale poi scoppiata, è radicalmente cambiata l'atmosfera in Cina.

Nelle prime ore dalla notizia gruppetti di neofascisti cinesi avevano celebrato la tragedia del vicino, nelle ore seguenti i commentatori spiegavano che era un disastro per l'industria nipponica ma avrebbe creato opportunità per quella cinese.
Con il passare dei giorni e l'assalto della gente comune all'acquisto del sale, considerato una specie di rimedio casalingo alle eventuali radiazioni, sono però emersi i sentimenti più veri e la paura. Dopo il disastro nucleare russo dell'aprile 1986, Fukushima pare ormai quasi una nuova Chernobyl.
Scenari catastrofisti cominciano a essere presi in considerazione a Pechino mentre appare sempre più chiaro che la crisi nucleare in Giappone è fuori controllo. Giovedì questa percezione netta ha spinto Pechino a chiedere a Tokyo massima trasparenza su quanto accade. Il giorno prima aveva indotto la sospensione dell'imponente programma atomico cinese (prevista la costruzione di 60 centrali in quindici anni) e il premier Wen Jiabao aveva rassicurato i cinesi: nessun rischio dalle radiazioni emesse dalla centrale giapponese.

Al di là degli effetti diretti delle radiazioni, sono le conseguenze economiche che rendono inquieta la Cina e il resto dell'Asia. Ci sono vari elementi che fanno ipotizzare una profonda crisi economica in Giappone: il crollo di oltre il 10% della Borsa in una settimana, l'intervento massiccio della Banca centrale a sostegno della stabilità finanziaria, la debolezza strutturale del paese, su cui pesa un debito pubblico di oltre il 200% del Pil, la caduta degli ordini sulle esportazioni, la minaccia di nuove tasse che comprimerebbero ancora i consumi interni, la drastica rivalutazione dello yen.
La divisa nipponica ha toccato quota 81,99 yen contro il dollaro venerdì, un record dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ciò è dovuto certo a speculazioni, ma anche a primi movimenti di ritiro dei capitali giapponesi dall'estero per poter soccorrere la madrepatria. Questo rimpatrio di capitali si verificò anche nella crisi finanziaria del 1997, e aggravò le condizioni della regione, le cui monete erano già sotto attacco.

Una conseguenza della rivalutazione è che le esportazioni giapponesi, già a rischio per il timore irrazionale di contaminazioni dei prodotti, potrebbero prosciugarsi. Inoltre le economie asiatiche, che tanto dipendono dagli investimenti nipponici, si potrebbero trovare a corto di capitali.
Questi elementi hanno effetti ancora imprecisati sull'economia asiatica, dove il Giappone è, insieme alla Cina, il maggiore partner commerciale e, più della Cina, partner tecnologico e d'investimenti.
Pechino dovrebbe intervenire su tre fronti: per sostenere l'economia nipponica a rischio; per aiutare le altre economie asiatiche traballanti, rimpiazzando magari i capitali nipponici; per aiutare la crescita a casa.
Sono tutte operazioni complicate e costose, ma l'ultima è la più difficile, perché già c'è lo spettro dell'inflazione, sospinta anche dalla crisi dei raccolti di cereali e dal caro petrolio dovuto alle rivoluzioni in Medio Oriente. Una nuova iniezione di capitali potrebbe sì dare fiato a tutto il sistema, ma anche far esplodere un aumento incontrollato dei prezzi con conseguenze imprecisate per l'ordine sociale cinese.

Senza interventi non è chiaro se, magari alimentate proprio dal crollo dell'export del vicino, le esportazioni cinesi possano trainare tutto. Le difficoltà, diffuse dal Giappone, potrebbero comprimere l'import in tutta la regione, maggiore bacino commerciale della Cina.
È un quadro di grande incertezza quello che si delinea. Non necessariamente la situazione è disperata, ma per prevedere rimedi occorrerebbe sapere l'estensione dei danni, e i primi commenti ottimistici giapponesi, poi smentiti dai fatti, oggi aggiungono timore.
Ora non si sa neppure quando si potrà avere un'immagine chiara del disastro di Fukushima. Per Chernobyl ci vollero mesi, ma erano altri tempi e altre condizioni. Qui potrebbero servire settimane. Tuttavia questa area, patria di due tra le principali economie del pianeta, Giappone e Cina, forse non può sopportare un'incertezza tanto prolungata.
Il primo istinto è quello allontanarsi. I cinesi hanno cominciato a far rimpatriare i loro connazionali da Tokyo; anche gli altri paesi asiatici stanno facendo lo stesso. E tutto avviene nella parte di mondo che era stata per prima capace di uscire dalla crisi economica del 2008. In questa situazione, con questi equilibrismi è facile che qualcosa giri storto e che le conseguenze del terremoto si trasformino in una crisi nipponica che trascini il resto dell'Asia, Cina inclusa, e il mondo.


22 marzo 2011