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Questo articolo è stato pubblicato il 05 maggio 2012 alle ore 09:36.
L'ultima modifica è del 05 maggio 2012 alle ore 08:15.

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L'abituale appuntamento settimanale con il cardinale Angelo Scola ci portaa ragionare sul dialogo tra le generazioni. Com'è ormai noto, ogni sabato l'arcivescovo di Milano propone una riflessione in vista dell'imminente Incontro mondiale delle famiglie, in programma nel capoluogo lombardo dal 30 maggio al 3 giugno prossimi.

Nei sei interventi che sono stati già pubblicati, Scola ha toccato diversi aspetti che riguardano il profilo sociale ed economico della famiglia, il suo ruolo e il suo compito educativo, il rapporto con il mondo del lavoro. Oggi si sofferma su un elememto particolare: la famiglia come palestra di confronto intergenerazionale tra genitori e figli e tra nonni e nipoti. Una pratica quanto mai utile di questi tempi.
Da sempre la famiglia è il luogo privilegiato dell'incontro tra le generazioni. Nel corso degli ultimi decenni le trasformazioni demografiche, vere e proprie sfide per i paesi occidentali, hanno modificato i termini di tale incontro rendendolo problematico. Conviene anche notare che già le due preposizioni in e contro da cui è formata la parola, ne dicono la duplice valenza di approssimazione e di opposizione.

Come è noto, nelle società avanzate è cambiata la "taglia" delle famiglie, toccando in Italia una media di 2,4 membri per ogni nucleo familiare. Al contempo però esse registrano la presenza di più generazioni, seppur non conviventi sotto lo stesso tetto.
Le ricerche condotte segnalano che le famiglie multigenerazionali, in cui individui e generazioni condividono un numero maggiore di anni di vita, costituiscono reti di supporto sia visibili, sia latenti. Si attivano frequentemente in momenti critici e rappresentano l'orizzonte nel quale i membri della famiglia organizzano la vita e definiscono i propri obiettivi. I legami che vi si intrecciano hanno assunto un significato e un'importanza crescente. Penso in particolare alla figura dei nonni che, da noi come in tutte le società europee, aiutano a far fronte alle esigenze familiari.

Questo comporta spesso, soprattutto per le nonne tra i 50 e i 65 anni, un impegno su più "fronti". Al lavoro domestico e, in casi che saranno sempre meno rari, al proprio lavoro professionale, si assomma quello della cura dei nipoti e quello dei genitori/suoceri anziani e fragili.
Sono profondamente convinto che il contributo dei nonni nel sostegno al compito genitoriale dei loro figli sia prezioso non solo in termini di tempo e di energie spesi nei frangenti dell'emergenza (quando i nipoti sono ammalati o quando il tempo-scuola dei bambini non copre tutto il tempo-lavoro dei genitori), ma soprattutto per il patrimonio di esperienza educativa che essi mettono a loro disposizione. Ho potuto costatare, ad esempio, soprattutto nelle visite pastorali, che i piccoli imparano il senso del dolore e della morte assai più dai nonni che dai genitori . E questa non è una cosa di poco conto. La cura che i nonni dedicano ai nipoti (soprattutto quando sono piccoli) è un dono che consente di mantenere la relazione tra le generazioni in una prospettiva di gratuità. Una risorsa decisiva per il benessere della società civile.

È importante per questo che la domanda dei figli non si trasformi in pretesa e il dono dei nonni non chieda un contraccambio. In tal caso le relazioni diventano ambivalenti, se non ambigue, e il prezioso scambio tra le generazioni rischia di trasformarsi in un "dono avvelenato". Senza misconoscere la portata di questi rischi, è però innegabile che i legami intergenerazionali assumano un rilievo essenziale per la costruzione dell'identità personale, familiare e quindi sociale. Permettono di trasmettere e tramandare, attraverso la catena delle generazioni, il patrimonio (materiale e spirituale, cioè di simboli e di valori) e la storia della famiglia. Attraverso il dono tra le generazioni è possibile ricostruire l'albero genealogico (che non si riduce, evidentemente, ad un grafico il più possibile preciso e dettagliato). Con profondo acume, Giovanni Paolo II affermava che "nella biologia di ogni uomo è iscritta la sua genealogia" (cfr Lettera alle famiglie, 9). È questo un bene che svela l'apporto imprescindibile della famiglia alla società. Ancora una volta si vede che la famiglia non può essere ridotta ad un contratto privato tra i coniugi. Per limitarci al nostro paese le Istituzioni debbono decidersi a sostenerle con determinazione attraverso scelte politiche illuminate e coraggiose.

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