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Questo articolo è stato pubblicato il 13 luglio 2014 alle ore 13:47.
L'ultima modifica è del 13 luglio 2014 alle ore 14:59.

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Ho molto apprezzato il dibattito aperto sul vostro quotidiano sulla ricerca in campo agroalimentare perché credo che a questo tema siano strettamente collegate grandi sfide per il nostro Paese. Secondo le analisi, nel 2050 la popolazione mondiale sarà quasi doppia rispetto a quella del 1970, con un rapido aumento dei consumi alimentari e con un contemporaneo radicale mutamento delle diete. Come evidenziano le proiezioni FAO, i consumi di prodotti come carne e latte vedranno un incremento compreso tra il 50% e il 100% da qui al 2025. Accanto alla crescente richiesta di cibo, assistiamo poi ad un decremento, stimato da qui ai prossimi decenni nell'ordine del 20%, delle terre coltivabili e fertili.
È all'interno di questo scenario che anche l'Italia deve compiere scelte strategiche.

In quest'ottica stiamo costruendo un progetto nazionale per l'agroalimentare all'interno del quale il piano strategico per l'innovazione e la ricerca, che abbiamo presentato questa settimana, rappresenta un tassello decisivo. L'obiettivo è quello di promuovere un modello agricolo e agroalimentare sostenibile e competitivo, puntando fortemente su innovazione e ricerca e cogliendo le opportunità che si presenteranno da qui ai prossimi sette anni in particolare. Penso alle risorse europee di Horizon 2020, che ha destinato 3,8 miliardi a progetti di innovazione e ricerca nell'agroalimentare. Ai 5,4 miliardi di euro per il settore dai fondi di coesione ed anche alla nuova Politica agricola comune, in particolare al capitolo per lo sviluppo rurale, dove interveniamo per la crescita di soluzioni innovative con quasi 1 miliardo di euro di budget complessivo.
L'Italia farà la sua parte, dando il proprio contributo scientifico alla diffusione della conoscenza in ambito europeo. Vogliamo scrivere una pagina nuova di valorizzazione delle nostre capacità, proprio perché pensiamo che l'innovazione debba essere alla base della crescita della sostenibilità e della competitività in agricoltura. Da qui è iniziato un lungo lavoro di confronto con tutti i protagonisti del mondo agricolo e scientifico del nostro Paese, per individuare le linee di azione della ricerca e definire i nostri interessi nazionali di innovazione nel miglioramento genetico animale e vegetale.
Nell'ultimo ventennio, lo sviluppo delle biotecnologie e delle scienze "omiche" ha permesso avanzamenti mai raggiunti prima nella comprensione dei meccanismi biologici delle piante coltivate e degli animali in produzione zootecnica. In un'ottica di sostenibilità ambientale ed economica, nel rispetto delle risorse naturali, ma anche con l'obiettivo del necessario aumento della produttività e del valore nutrizionale delle produzioni, la ricerca si è indirizzata verso l'applicazione di nuove tecnologie per assistere il miglioramento genetico. L'innovazione varietale delle specie coltivate si avvale oggigiorno di tecniche di miglioramento genetico assistito dai marcatori molecolari, sviluppati grazie alle tecnologie di sequenziamento dei genomi e alle conoscenze di biologia e genetica molecolare.
Gli ultimi anni sono stati di certo molto animati dal dibattito "pro o contro Ogm" sempre incentrato su argomentazioni scientifiche volte a supportare le tesi "risk-no risk". Oggi credo si debba ragionevolmente spostare l'attenzione su un piano più corretto di valutazione politica, oltreché scientifica, circa le convenienze economiche e sociali che il sistema nazionale sceglie di perseguire. In un momento di forte contrazione delle risorse, quelle destinate alla ricerca in agricoltura sono obbligate ad essere valutate all'interno di una scala di priorità. La nostra ambizione è quella di marcare, anche da questo punto di vista, il carattere distintivo e unico del modello italiano. Anche perché il nostro Paese non ha certo le caratteristiche strutturali e infrastrutturali per competere, ad esempio, con i grandi produttori sudamericani di soia geneticamente modificata. Per accrescere la competitività del nostro modello agricolo riteniamo quindi necessario avanzare su altre linee d'azione. Avanzare, non rimanere fermi o, peggio ancora, voltarsi indietro. E compiere un deciso passo avanti: oltre il confronto fra favorevoli e contrari agli Ogm, definiti recentemente anche dalla prestigiosa rivista scientifica Nature "La promessa appannata". Siamo tra i Paesi più ricchi di biodiversità, abbiamo la metà delle varietà vegetali e un terzo di quelle animali presenti in tutta Europa, con oltre 58mila specie. Vogliamo puntare sulla distintività e sulla specificità del nostro patrimonio agroalimentare.
Ogni anno in Italia si investono 700 milioni di euro per innovazione e ricerca nel settore agroalimentare e i nostri ricercatori portano avanti con successo lavori rilevantissimi sulla genomica. Qualche esempio? Nel settore delle produzioni zootecniche siamo uno fra i primi Paesi al mondo che ha studiato e applicato la selezione genetica dei riproduttori e l'uso di marcatori per migliorare la qualità delle grandi eccellenze, ad esempio con l'applicazione di marcatori genetici nella selezione suina contro il gene che determina la carne di tipo Pse. Si sono sviluppate sinergie fra il nostro principale ente di ricerca in agricoltura, il Cra, e i corrispondenti colleghi in Cina per applicare le tecnologie genomiche italiane nella specie bufalina che, per quel paese, rappresenta la specie di maggior interesse zootecnico con circa 23 milioni di bufali. Nei bovini da latte stiamo applicando le più recenti tecnologie per lo studio della cosiddetta resistenza naturale alle malattie, con l'obiettivo di selezionare animali più resistenti e capaci di una risposta di difesa più efficiente con il conseguente risultato di ridurre l'uso di antibiotici in allevamento.

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