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Questo articolo è stato pubblicato il 04 novembre 2014 alle ore 08:16.
L'ultima modifica è del 04 novembre 2014 alle ore 08:19.

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La vicenda dell'Ilva è finora costata molto all'Italia. In termini sociali ed economici. L'inchiesta del Sole 24 Ore ha mostrato i segni lasciati, in questi due anni e mezzo, sulla coscienza pubblica e sugli assetti industriali, sulla certezza del diritto e su quel contesto economico-istituzionale che, in una democrazia liberale e di mercato, rappresentano elementi essenziali nella capacità (o meno) di attrarre investimenti.

In uno dei casi più complessi e drammatici della storia italiana, gli abitanti di Taranto non sono stati messi assolutamente nelle condizioni - per usare un eufemismo - di vivere con serenità.
Sono loro i primi a pagare il conto di un impatto dell'industria primaria sull'ambiente a lungo - ai tempi dell'economia pubblica - non capito nei suoi effetti profondi e, negli ultimi quindici anni, non compreso nella sua effettiva realtà, con statistiche che, a seconda della fonte e dell'occasione per cui sono state generate, spesso si contraddicono. Su questo, servirebbe un'operazione di verità scientifica - indipendente e di standing internazionale - condivisa da tutti: perché non è possibile che 195mila italiani (il numero dei residenti a Taranto) vivano in una tale bolla di incertezza.
Ci sono, poi, gli assetti industriali. Prima di tutto, quelli dell'impresa che ha visto ridurre di un terzo l'attività produttiva e di 2,5 miliardi di euro il suo patrimonio netto. Quindi, quelli dell'economia italiana, che poteva contare sull'ottavo gruppo siderurgico al mondo e che, ora, assiste alla definizione (faticosa) di un salvataggio di ciò che ne resta (Renzi, ieri, ha ipotizzato una soluzione sistemica per la siderurgia nazionale). Chi arriverà a Taranto troverà impianti industrialmente efficienti, ma dovrà misurarsi anche con conti da sistemare e con quote di mercato interno - ormai strappate dai concorrenti stranieri - da riconquistare.

A questo punto, è bene che il Governo costruisca un rapporto equilibrato, ma fermo, con qualunque cordata si faccia avanti. Va, infatti, preservata la specificità industriale dell'Ilva: la sua poderosa forza manifatturiera, le famose nove milioni di tonnellate di acciaio da realizzare nell'impianto siderurgico con la produttività più alta d'Europa.
Al netto delle responsabilità personali dei membri della famiglia Riva, che la magistratura dovrà accertare, va detto con serenità che il succedersi di leggi speciali e la loro interpretazione effettiva - in una miscela non sempre coerente di azione legislativa, giudiziaria e politica - hanno prodotto esiti che appaiono poco conciliabili con un Paese che crede in alcuni principi sostanziali. L'interpretazione unilaterale dei codici da parte della magistratura di Taranto sembra avere tenuto poco conto della fisiologia industriale e finanziaria dell'impresa. Il commissariamento si è trasformato in una sorta di spossessamento - per non usare la parola “esproprio” - dei proprietari. Con l'esito paradossale che, in questi ultimi mesi, i Riva - coinvolti in un procedimento, “Ambiente Svenduto” (91 i morti imputati dai magistrati all'acciaieria), di cui è appena iniziato il processo - sono stati tagliati fuori da ogni negoziato. Tanto che, adesso, il Governo, si appresta a vendere l'Ilva - quasi che fosse una società pubblica - senza coinvolgere né loro né gli Amenduni, titolari del 10% del capitale ed estranei al procedimento giudiziario. In più, i magistrati di Milano, dopo un'altra legge speciale, hanno scelto di girare a Taranto i soldi sequestrati a trust dei Riva per presunti reati fiscali e monetari che non c'entrano con le accuse di disastro ambientale per l'Ilva, in una inchiesta di cui non si sono ancora concluse le indagini.

Il mancato rispetto sostanziale dei diritti di proprietà e l'ingarbugliarsi di percorsi processuali distinti ledono il profilo di una società liberale e, nella forma mercato del capitalismo occidentale, compromettono ogni ipotesi di razionalità economica. Esattamente quello che - in ogni settore - non piace ad alcun investitore, italiano o straniero che sia. Un danno inaccettabile per il Paese.

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