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«A Letter to Elia», il commovente omaggio di Scorsese al maestro Kazan

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Questo articolo è stato pubblicato il 04 settembre 2010 alle ore 19:48.

«Che tipo di persona deve imparare a essere un regista?»: con questo interrogativo si apre «A Letter to Elia», documentario di Martin Scorsese dedicato alla figura del grande Elia Kazan (1909-2003).
Chi si aspettava una semplice ricognizione biografica della vita e della carriera dell'autore di «Un tram che si chiama desiderio» e «Fronte del porto», sarà rimasto piacevolmente sorpreso nello scoprire che «A Letter to Elia» è qualcosa di molto diverso e decisamente più importante.

Scorsese non inizia parlando del suo maestro, ma di se stesso: il suo è un approccio soggettivo, teso a ricordare i momenti della sua adolescenza in cui scopriva per la prima volta le opere di Kazan e, insieme ad esse, la sua enorme passione per il grande schermo.
Spezzoni, fotografie e letture dall'autobiografia di Kazan servono a Scorsese per costruire un ritratto a tutto tondo dell'artista cui dedica questo film: riflette sul suo lavoro con gli attori, sulle scelte registiche, sulla sua vita privata e persino sul significato del suo immancabile sorriso.

Un ritratto del maestro che finisce spesso per essere un autoritratto dell'allievo, che ragiona sul senso stesso di essere un cineasta e sulle complicazioni che questo lavoro comporta. Scorsese ricorda il primo incontro con Kazan, a New York negli anni '60 quando era uno studente di cinema, racconta l'amicizia in seguito nata fra loro, fino ad arrivare alla notte degli Oscar del 1999 quando Martin consegna a Elia una meritatissima statuetta alla carriera.

Ad aiutare Scorsese nella realizzazione di «A Letter to Elia», il critico cinematografico Kent Jones (che ha co-diretto il film) con il quale aveva già collaborato in passato per un documentario del 2007 sul produttore Val Lewton.

Il fine dei due registi con questa nuova pellicola, come dichiarato da loro stessi, è quello di «rendere giustizia a Kazan in quanto persona, figura storica, e soprattutto in quanto artista». Molti, infatti, quando sentono nominare Elia Kazan pensano soprattutto al ruolo attivo, mai perdonatogli, che ha avuto nel periodo del maccartismo (interrogato per i suoi trascorsi comunisti si trovò costretto a denunciare alcuni suoi colleghi); piuttosto che al ruolo fondamentale avuto nella storia del cinema, non soltanto per i suoi capolavori ma anche come fondatore dell'Actor's Studio, dove scoprì (fra gli altri) i talenti di Marlon Brando e James Dean.

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Tags Correlati: Cinema | Elia Kazan | James Dean | Jones Kent | Marlon Brando | Martin Scorsese

 

«A Letter to Elia» rappresenta così sia la testimonianza di chi negli anni '50 scopriva con le opere di Kazan un nuovo modo di fare cinema, sia il ricordo di un amico da poco scomparso, sia un grande omaggio al regista che con i suoi film ha fatto capire a Scorsese quale fosse l'aspirazione della sua vita.

Concetto ben rappresentato dalla frase più toccante dell'intera pellicola in cui Scorsese, ricordando la prima volta che ammirò «La valle dell'Eden» nel 1955, racconta che quella visione gli trasmise delle emozioni che non pensava di poter provare. Una sensazione che ogni appassionato di cinema ha provato una volta nella vita: nel momento in cui si è innamorato della settima arte.

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