Intellettuali e artisti a confronto

Cultura Domenica

Discorso sul meta-discorso. Un dibattito al cubo

Storia dell'articolo

Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 25 ottobre 2010 alle ore 10:41.

Giovedì sera guardavo Anno zero, lo stanco rito dell'antiberlusconiano che assolvo con una certa frequenza, come un cattolico che la domenica va a messa per abitudine e senso del dovere, pur essendo tartassato da un milione di dubbi.
Si parlava della televisione, o meglio di come la televisione italiana, incarnata nel micidiale duopolio illiberale, impedisca ai liberi pensatori di esprimere liberamente le proprie idee.

Santoro, reduce dalla puntata del giovedì precedente in cui era riuscito a dare il peggio di sé invitando prima il pubblico a casa a firmare un appello in sua difesa e poi il pubblico in studio ad alzarsi in piedi sui titoli di coda per cantare La libertà di Giorgio Gaber, decideva di dare una pausa di riflessione al suo dilagante narcisismo. L'occasione gliela forniva l'attualità sotto la forma del caso Fazio-Saviano, il cui nuovo programma pare minacciato dagli oscuri burocrati del sultanato di viale Mazzini.

Al di là del merito della questione, stavo assistendo ancora una volta a un meta-discorso, ovvero a un discorso sul contesto (in questo caso la televisione) incentrato sui limiti e i problemi del contesto, fatto per di più all'interno del contesto stesso. Ad Anno zero si argomentavano esempi dei mali della televisione italiana, e in particolare della Rai, indifferenti al fatto che il mezzo nel quale si articolavano queste argomentazioni fosse la televisione stessa e in particolare la Rai.

È probabile che Santoro e Saviano abbiano le loro ragioni, ma la loro ragione non m'impedisce di pensare che il meta-discorso esaurisce il merito delle questioni in una spirale di rassicurante impotenza. Nella politica, i politici stessi non fanno altro che lamentarsi di quanto sia degenerato il discorso politico, ascrivendo questo o quel comportamento al teatrino della politica. E sui giornali scriviamo articoli che parlano di quanto i giornali ospitino un'informazione semplificata, oppure di come le pagine culturali siano conformiste e pubblicitarie, proprio nel momento in cui quei giornali ci offrono uno spazio per contrastare la tendenza. Tutto vero o quasi, intendiamoci, ma ho come la sensazione di trovarmi in una di quelle famigerate code degli uffici postali. Sono entrato da appena un minuto e, anche se la mia pratica verrà sbrigata rapidamente, provo l'insopprimibile desiderio di lamentarmi. Entriamo alle Poste e siamo automaticamente predisposti al meta-discorso su come le Poste funzionano male.

Da scrittore vorrei che il mio bisogno di rilevanza fosse soddisfatto attraverso i libri che produco. Ma poiché in Italia si fanno pochi discorsi seri e profondi sui libri – ed ecco il meta-discorso che incombe – lo scrittore, come figura oracolare in grado in qualche modo di svelare l'arcano, viene chiamato a esprimersi sui fatti più diversi dell'attualità. Il suo bisogno di rilevanza viene soddisfatto allora nel parlare dell'ultimo caso di cronaca nera o delle legge sulla fecondazione o della pedofilia in Vaticano; lo scrittore fa i tarocchi ai vip. Esiste senz'altro un problema strutturale di contesto, come fa notare Raimo nel suo intervento, ma non c'è anche una responsabilità individuale nell'agire in quel determinato contesto?

L'esempio lampante di questi giorni è l'Avetrana show. Ora che le indagini arrancano e sembrano apparentemente incastrate nelle terribili secche del mistero, i programmi di informazione & intrattenimento, incapaci com'è comprensibile di mollare l'osso di questa avvincente narrazione collettiva, adesso non fanno altro che parlare di come la televisione abbia fagocitato un intero paese e i loro abitanti trasformandolo in un set con comparse e, mentre frotte di turisti, pellegrini dell'orrore, arrivano coi loro pullman, si chiedono attraverso la televisione se sia giusto che la televisione stia facendo quello che fa. Si arriva al paradosso che l'inviato davanti alla villetta dei Misseri, incurante della sua presenza hinc et nunc articola severe critiche sullo sciacallaggio mediatico in atto come se lui non fosse parte dello sciacallaggio stesso nel momento in cui apre bocca davanti alle telecamere. Come una giornalista del Fatto quotidiano che, nell'ultima puntata del talk show di Paragone, mandata in confusione da uno Sgarbi alle calcagna, urlava sintomaticamente nel microfono «Io non sono qui!» con la sagoma della villetta alle sue spalle.

Io non sono qui, appunto. Nessuno di noi è qui, d'accordo. In quanto spettatori della realtà, l'affermazione ha anche una sua tragica esattezza.
In questo senso i meta-discorsi sono come un colpo di coda, un impossibile tentativo di ribellarci stancamente a una de-responsabilizzazione che abbiamo interiorizzato come una religione, nostro malgrado.

Tags Correlati: Cultura | Giorgio Gaber | Italia | Misseri | RAI

 
301 Moved Permanently

Moved Permanently

The document has moved here.