Il Sole 24 Ore
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Quegli uomini così uguali a noi

Daniele Giglioli


Una festa di compleanno nella provincia francese più cupa, montagnosa, contadina e tenuta insieme da un benessere risicato cui il cattolicesimo non conferisce che una pietà di facciata. I sessant'anni e l'andata in pensione di Solange. Intorno a lei fratelli, parenti e amici. Inaspettato, e inaspettatamente tirato a lucido, visto che sono anni che vive da spiantato in una casa riscaldata solo da un camino, si presenta suo fratello Bernard, che tutti chiamano Fuoco di legna per via dell'odore di miseria che non gli si leva mai di dosso. Ha un regalo per Solange, una spilla d'oro troppo preziosa per potersela permettere, lui che non ha mai un soldo.
Dove ha preso il denaro? Ha saccheggiato la casa della vecchia madre, da poco trasferita in ospizio? Il dono che Fuoco di legna stringe in mano crea scompiglio, imbarazzo, accuse che degenerano in rissa, anche perché Bernard, che negli anni Sessanta aveva combattuto la sporca guerra d'Algeria, nella confusione non trova di meglio che insultare Chefraoui, il cameriere arabo di Solange. Poi esce, si ubriaca, va a casa di Chefraoui, spaventa sua moglie e i suoi figli, gli uccide il cane. Scandalo in paese. Domani i gendarmi andranno a chiedere all'aggredito se vuol sporgere denuncia, accompagnati da Solange, la sola della famiglia che vuol bene a Fuoco di legno, e da Rabut, suo cugino, il narratore, anche lui reduce della guerra d'Algeria.
Comincia così, con questo cupo e intricato nodo di risentimenti familiari, lo sconcertante e bellissimo romanzo di Laurent Mauvignier, Degli uomini. E prosegue con una lunga, tortuosa e dolorante carrellata a ritroso, attraverso la coscienza del narratore e quella di Bernard, dalle durezze di una giovinezza in campagna al trauma perenne degli orrori della guerra che ha segnato entrambi. La tecnica narrativa è una sorta di monologo interiore, inizialmente messo in carico a Rabut, ma poi progressivamente esteso attraverso la soglia di una serie di proposizione dubitative, via via sfumate, a Bernard e ai loro compagni in Algeria. Ognuno partito portando con sé un intrico di pena, risentimento e frustrazione. E ognuno tornato con un carico di vissuto troppo intenso per potersi mai reintegrare davvero. La guerra fatta da contadini, e la pace da innocenti assassini, come lo sono tutti i soldati.
Qui si dividono però le scelte dei cugini. Rabut decide di integrarsi e di dimenticare, pur presiedendo il locale comitato dei reduci; ma da quarant'anni non dorme la notte. Bernard di andarsene a Parigi a fare l'operaio in Renault, e poi, dopo il fallimento del suo matrimonio, di ritornare in paese per trasformarsi in Fuoco di legna, lo scartato, il reietto, il tollerato perché sarebbe scandalo maggiore cacciarlo del tutto. Ma la scenata familiare riattiva i destini, smuove i fili di una matassa emotiva lunghissima e mai sbrogliata che non troverà nemmeno a fine romanzo il suo capo. Il virtuosismo di Mauvignier consiste esattamente in questo: nella lenta discesa nel pozzo di un passato fatto di eventi senza un senso o una morale tracciabili. La sua bravura di narratore, a tratti davvero stupefacente, si rivela proprio nell'esitazione, nella ritrosia, nella contrastata macchinosità di questa epifania del tempo perduto. I ricordi rappresentati da Mauvignier sono ricordi che non vogliono tornare, come pietre di fiume (e non preziose) trattenute da una mano avara che fatica ad aprirsi. Non a caso, forse, a scatenarli è stato proprio il gesto incongruo della mano di un balordo che si schiude per offrire assurdamente un dono sfarzoso. Al tempo in cui imperava la critica formalista, si sarebbe detto che poco importa cosa c'è nella mano, e che tutta l'arte consiste nel modo in cui viene aperta: chi troverebbe interessanti i Verdurin e i Guermantes, Odette e Albertine se non fossero stati scritti da Proust? Ora sappiamo che non è vero. Ma non è vero nemmeno, come molti oggi pensano, che tutto il valore sta nel contenuto. È dal rapporto, dalla tensione, talvolta perfino dal contrasto tra gesto e dono che nasce la bellezza dello stile di Mauvignier: tanto dolore, individuale e collettivo, racchiuso in una mano sola, lentamente rivelato fino a renderlo capace di trasformare una piccola storia, rimbalzata da un paesino di montagna francese a uno sparuto avamposto algerino, nell'argomento di un romanzo che può orgogliosamente e meritatamente intitolarsi Degli uomini.
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degli uomini

Laurent Mauvignier traduzione di Yasmina Melaouah

Feltrinelli, Milano pagg. 206 | € 16,00