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Questo articolo è stato pubblicato il 10 aprile 2011 alle ore 08:22.

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Un buon metodo per capire lo stile del regista Sidney Lumet, morto ieri a 86 anni, è dare un'occhiata a Making Movies, il suo libro del 1995 ristampato qualche mese fa da minimum fax col titolo Fare un film. Meglio di autori più "artisti" di lui, Lumet spiegava lo spirito e la tecnica del cinema americano migliore, i trucchi e il lavoro sporco, con una precisione e un'umiltà che sono anche la cifra del suo cinema.
Nato a Philadelphia nel 1924 da in una famiglia ebrea (elemento che tornerà in molti suoi film, da L'uomo del banco dei pegni a Un'estranea tra noi), ma cresciuto a Brooklyn, Lumet fin da ragazzino si era mosso nel mondo dello spettacolo, e aveva lavorato negli anni 50 in un momento straordinario della Tv americana, quando il mezzo lasciava più libertà del cinema a sperimentazioni artistiche e temi difficili. Insieme a lui, muoveva i primi passi gente come Robert Altman, John Frankenheimer, Arthur Penn, o come lo sceneggiatore Paddy Chayefsky.
Quest'ultimo, vent'anni dopo, avrebbe riversato insieme a Lumet l'amarezza per quel che era diventato il mezzo televisivo, nel fantapolitico Quinto potere, su un demagogo televisivo (interpretato da Peter Finch che vinse un Oscar postumo). E anche il debutto al cinema di Lumet era l'adattamento di un teleplay: La parola ai giurati (1957), tutto girato nella stanza in cui una corte deve deliberare, e dominato da un Henry Fonda austero e intenso.
Le proprie origini teatrali Lumet le metterà a frutto come direttore d'attori, offrendo grandi ruoli a Paul Newman (Il verdetto, 1982), Al Pacino, Sean Connery, Marlon Brando, ma regalando anche memorabili ruoli "minori" (come dimenticare il John Cazale di Quel pomeriggio di un giorno da cani?). Spesso lavorò su copioni dei grandi nomi del teatro, Da O'Neill a Tennesse Williams, da Arthur Miller a David Mamet. Ma, seppure formatosi nel periodo d'oro del l'"Actor's Studio", Lumet ci teneva anche ad azzardare accostamenti non scontati, come fece ad esempio dirigendo Sophia Loren in Quel tipo di donna (1958) e Anna Magnani a fianco di Brando in Pelle di serpente (1961). In questo senso, la sua operazione più virtuosistica è il cast stellare messo insieme per l'elegante Assassinio sull'Orient Express (1975).
Liberal convinto, più volte Lumet si trovò ad affrontare temi politici, come la minaccia atomica in A prova di errore, 1963, il militarismo in La collina del disonore, (1965) e il maccartismo nel toccante Daniel, 1982, sulla condanna a morte dei coniugi Rosenberg, raccontata dal punto di vista del figlio e tratta da un romanzo di da E. L. Doctorow, che lo aveva anche sceneggiato. Negli anni Settanta, tuttavia, la critica giovane lo detestò, considerandolo un regista accademico e superato. Anche se proprio in questo decennio Lumet rivela in pieno un altro aspetto della propria poetica, come amaro cantore della New York contemporanea. Specie nei suoi polizieschi, da Rapina record a New York (1971) ai celeberrimi Serpico (1973) e Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975), fino a Il padrone della città (1981), il più sfortunato e ambizioso, da riscoprire.
Negli ultimi anni, Lumet, diversamente da altri della sua generazione, aveva continuato a lavorare, a causa della sua affidabilità con gli attori, ma spesso in lavori su commissione, sempre condotti con impeccabile professionismo. All'epoca dell'Oscar alla carriera nel 2004, la sua stagione sembrava tramontata: ma a mezzo secolo esatto dal proprio esordio nel cinema, il regista ci lasciava con uno dei suoi film migliori, Onora il padre e la madre (2007), storia di avidità e violenza di un'amarezza quasi nichilista, di magistrale secchezza e (occorre dirlo?) con un eccezionale cast d'attori, dominato da Philip Seymour Hoffmann.
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