Il Sole 24 Ore
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Vizi e virtù di un utilitarista integrale

Sebastiano Maffettone


Peter Singer, australiano di famiglia ebraica emigrata durante il nazismo, educato a Melbourne e Oxford, insegna ora a Princeton e può essere definito un utilitarista integralista. È utilitarista, nella tradizione illustre che va da Bentham a Mill a Hare, suo maestro, perché il primo obiettivo dell'etica e della politica è per lui la rimozione dei mali e la promozione dei beni. È integralista perché questo obiettivo viene perseguito in maniera radicale. In libri come Etica Pratica e Liberazione animale Singer ha fornito argomenti preziosi e coerenti per collegare il valore della vita non con il fatto di essere umani ma con la capacità di provare piacere e dolore. La vita di un primate superiore (come un gorilla) dunque vale più di quella di un feto o di un malato terminale. Per queste implicazioni del suo pensiero Singer non è particolarmente apprezzato dalla Chiesa cattolica, mentre è un beniamino dei fautori dei diritti degli animali non umani. Inoltre ogni volta che viene invitato in Germania succede un putiferio, perché le sue tesi sulla vita fanno venire in mente a molti – erroneamente – le crudeltà del nazismo. Ma forse la sua tesi più importante è proprio quella che discuteremo a Roma, una tesi che Singer difende nel libro Salvare una vita si può (2009) e che riguarda il nostro modo di confrontarci con la povertà nel mondo.
Ogni anno muoiono nel mondo circa venti milioni di persone per fame, e tanti altri muoiono di povertà per non potersi curare o per le cattive condizioni igieniche. Che questo sia causa di scandalo morale e segno di un fallimento politico è difficile dubitare. Ma Singer pretende di più in omaggio. A suo dire, infatti, dato che non siamo responsabili solo di quello che facciamo ma anche delle nostre omissioni, il nostro non portare aiuto a sufficienza è una colpa gravissima. Ogni volta che andiamo in un ristorante alla moda o compriamo un abito costoso, commettiamo un atto grave quanto un omicidio. È questo l'integralismo di Singer che mi fa dubitare delle sue tesi. Sostanzialmente, chi è più liberale tende a sostenere che c'è una bella differenza tra essere riluttanti ad aiutare i poveri (che pure è male) e uccidere qualcuno, come del resto c'è tra la vita di una persona malata e quella del nostro cane. E che dovremmo collettivamente creare istituzioni più giuste. Ma queste sono disquisizioni filosofiche. Perché quello che più conta nella vita e nell'opera di Singer è la capacità di mettere una buona filosofia al servizio di scopi pratici spesso condivisibili. Da questo punto di vista, come lo fu ai suoi tempi Gandhi, Singer ha il merito enorme di impersonare quello in cui crede.
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