Il Sole 24 Ore
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9 ottobre 2011

La rivoluzione silente di Alan Turing

di Daniel Dennett


«È possibile inventare un'unica macchina che può essere usata per computare qualsiasi sequenza computabile» (Turing, 1936).
Alan Turing non solo ha intuito che questa impresa era possibile: ha anche esattamente mostrato come realizzare questa macchina. Con la sua dimostrazione nasceva l'era dei computer. È importante ricordare che esistevano entità chiamate computer anche prima che a Turing venisse questa idea, ma erano persone, impiegati con sufficiente attitudine matematica, pazienza e passione per il proprio lavoro da generare risultati affidabili in ore e ore quotidiane di computazione. Molti di loro erano donne. Migliaia erano impiegati nell'ingegneria e nel commercio, nelle forze armate e altrove, impegnati a calcolare tavole per la navigazione, per l'artiglieria e altre imprese tecniche del genere.

Un buon modo per comprendere la rivoluzionaria idea di Turing sulla computazione è quello di accostarla a quella di Darwin sull'evoluzione. Il mondo pre-darwiniano era unito non dalla scienza ma dalla tradizione: tutte le cose dell'universo, dalla più elevata (l'uomo) alla più umile (la formica, il sassolino, la goccia di pioggia) erano creazioni di qualcosa di ancora più elevato, Dio, un onnipotente e onnisciente creatore intelligente, che assomigliava in modo impressionante alla seconda cosa più elevata. Chiamiamo questa la teoria «a cascata dall'alto» (trickle-down) dell'evoluzione. Darwin l'ha rimpiazzata con una teoria «a ebollizione dal basso» (bubble-up) della creazione. Una delle critiche del diciannovesimo secolo a Darwin lo chiarisce vividamente: «Nella teoria con cui abbiamo a che fare, l'artefice è l'Ignoranza Assoluta; così che il principio fondamentale dell'intero sistema potrebbe essere: per fare una perfetta e bellissima macchina, non è necessario sapere come farla.
Il Signor Darwin, grazie a una strana inversione del ragionamento, sembra ritenere la Assoluta Ignoranza pienamente qualificata a prendere il posto della Assoluta Sapienza in tutte le realizzazioni della potenza creativa» (MacKenzie, 1868).

Si trattava in effetti, di una strana inversione di ragionamento. L'idea di Turing comporta una simile – in effetti, incredibilmente simile – strana inversione di ragionamento. Il mondo prima di Turing era un mondo in cui i computer erano persone, persone che dovevano comprendere la matematica per fare il proprio lavoro. Turing comprese che questo era semplicemente non necessario: si potevano prendere i loro compiti e spremere via fino all'ultima minuscola briciola di comprensione, lasciando nient'altro che mere azioni meccaniche. Per essere una perfetta e bellissima macchina da calcolo non è necessario conoscere l'aritmetica.
Quello che sia Darwin che Turing avevano scoperto, ciascuno a suo modo, era l'esistenza della «competenza senza comprensione» (Dennet, 2009). Questo ha invertito l'assunzione, profondamente plausibile, che la comprensione sia di fatto la fonte di qualsiasi competenza avanzata.

Consideriamo come Turing ha condotto la sua dimostrazione. Ha preso come modello i computer umani. Costoro sedevano alla propria scrivania, facendo un passo semplice e altamente affidabile dopo l'altro, controllando il proprio lavoro, scrivendo i risultati intermedi invece di affidarsi alla propria memoria, consultando i protocolli ogni volta che era necessario, trasformando quello che a prima vista poteva sembrare un compito difficile in una routine da eseguire a occhi chiusi. Turing ha sistematicamente scomposto i passaggi semplici in passaggi ancora più semplici, rimuovendo ogni traccia di discernimento e comprensione. Egli ha così approntato un inventario di mattoni di base con cui costruire un algoritmo universale che potesse eseguire qualsiasi altro algoritmo. Si può iniziare con i semplici mattoni di base che Turing ha isolato, e costruire, livello dopo livello, qualsiasi computazione più sofisticata, ripristinando così gradualmente quell'intelligenza che Turing aveva così abilmente eliminato dalle pratiche dei computer umani.

Turing, come Darwin, ha scomposto il mistero dell'intelligenza (o Disegno Intelligente) in quelli che potremmo definire passaggi atomici di muta casualità, che, accumulati a milioni, si sommano in una pseudo-intelligenza. L'unità centrale di elaborazione di un computer non sa davvero cosa sia l'aritmetica, né capisce cosa sia un'addizione, ma "capisce" e "comanda" di sommare due numeri e mettere il risultato in un registro, nel senso minimale, che somma correttamente quando richiesto e mette la somma al posto giusto. Diciamo che si comporta come se capisse le addizioni. Salendo di livello, il sistema non comprende davvero che sta individuando e correggendo eventuali errori di trasmissione, ma si comporta come se lo comprendesse, ed esegue correttamente il lavoro richiesto. Salendo ancora di livello, quando i mattoni sono impilati a miliardi e triliardi, il programma di scacchi non capisce davvero che la sua regina è in pericolo, ma è come se lo capisse, e il computer Watson dell'Ibm a Jeopardy! (un quiz show) è come se capisse le domande cui risponde.

Non siamo ancora arrivati a una comprensione "reale" nei robot, ma ci stiamo avvicinando. Questa almeno è la convinzione delle persone ispirate dall'intuizione di Tulving. I sostenitori della teoria "a cascata dall'alto" sono assolutamente certi che nessun ulteriore progresso ci condurrà a una comprensione reale. Essi pensano che una res cogitans cartesiana, una cosa pensante, non possa essere costruita partendo dai mattoni di base di Turing. Così come i creazionisti sono certi che nessun rimescolamento, copia e selezione darwiniana possa portare agli esseri viventi (reali). Hanno torto, ma si può capire il disagio che motiva la loro convinzione.

La strana inversione del ragionamento di Turing, come quella di Darwin, va contro la natura di millenni di pensiero. Se la storia della resistenza al pensiero darwiniano è una buona misura, possiamo aspettarci che in futuro, anche dopo che ogni trionfo del pensiero umano sarà stato eguagliato o superato da "mere macchine", ci saranno ancora pensatori che insisteranno che la mente umana lavora per vie misteriose che nessuna scienza potrà mai comprendere.


9 ottobre 2011