Il Sole 24 Ore
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16 ottobre 2011

Quanto vale una citazione nella letteratura scientifica?

di Andrea Graziosi


La valutazione nelle discipline umanistiche solleva problemi che toccano la dignità individuale e di disciplina nei casi migliori, e interessi, anche gretti, in quelli peggiori. Occorre quindi ragionarne in modo pacato, basandosi su quella filologia che è al cuore delle nostre discipline. Ciò è tanto più necessario perché non abbiamo certezze. La maggioranza degli studiosi di queste aree scrive in italiano, su riviste di rado presenti nelle grandi banche dati, e le monografie - che dalle banche dati sono escluse per definizione - sono ancora il frutto più importante del nostro lavoro.

oiché solo l'esistenza di banche dati esaustive rende possibile utilizzare criteri bibliometrici, prima di scontrarsi sulla bontà di questi ultimi andrebbe quindi ricordato che si tratta per ora di discussioni accademiche. Mancano infatti gli strumenti per introdurli e verificarne la bontà. Si tratta quindi di inventare strumenti che oggi non esistono. Alcuni obiettano che non ve n'è bisogno: basta continuare a fare quel che si è sempre fatto. La valutazione operata dai professori ha però alle spalle due insuccessi catastrofici: sono stati gli ordinari a guidare il todos caballeros dei giudizi di idoneità dei primi anni Ottanta; e sono stati di nuovo loro a governare la promozione di massa, fondata sul localismo, che ha aggravato i problemi finanziari, e il provincialismo, delle università nei primi anni Duemila.

Non solo. Le assunzioni di massa, e i dottorati di ricerca, hanno generato ordini di grandezza che i vecchi sistemi non sono in grado di affrontare: concorsi con decine di candidati richiedono la lettura di centinaia di titoli che è in buona fede difficile sostenere che verrà fatta, semplicemente perché sarebbe impossibile. Per far sì che una parte dei fondi sia ripartita in base a criteri qualitativi, è stata inoltre introdotta anche in Italia la valutazione di dipartimenti e atenei, e questo vuol dire valutare non centinaia ma decine di migliaia di titoli. La sola area 11 (storia, filosofia, psicologia, pedagogia, geografia, demoetnoantropologia) comprende più di 5.000 studiosi, che dovranno inviare tre lavori ciascuno, per un totale di quasi 15.000 pubblicazioni. La loro valutazione, affidata ad almeno due esperti, produrrà quindi circa 30.000 'giudizi', di cui sarebbe bello poter controllare la coerenza con delle verifiche bibliometriche.

Numeri tali implicano problemi nuovi, anche perché pretendere che centinaia di studiosi abbandonino per mesi il loro lavoro per valutare decine di libri ciascuno non è realistico. Come ottenere che questo grande esercizio di valutazione sia il più serio possibile? Seguendo un'intuizione del 2009 dei Comitati 10 e 11 del Cun, credo che ciò si possa fare solo coinvolgendo le Società scientifiche nell'elaborazione di criteri e standard differenziati per disciplina, che funzionino da linee-guida per i singoli valutatori. Si tratterebbe insomma di sostituire la vecchia valutazione affidata alle sole preferenze dei professori con un sistema in cui il giudizio dei singoli sia affiancato da regole elastiche capaci di innalzare il livello della valutazione, rendendo più difficili i fallimenti precedenti.

In particolare si potrebbe chiedere alle Società scientifiche, le cui risposte andranno verificate attraverso controlli esterni, di stabilire quali sono le riviste migliori e le collane editoriali più valide nelle rispettive discipline, e quali quelle di secondo, ma dignitoso, livello. Non potrà che trattarsi di numeri limitati, capaci di operare una selezione che lasci sullo sfondo le pubblicazioni autoreferenziali. Una volta fatte queste liste, coinvolgendo nel caso delle collane anche gli editori, si avrà a disposizione un corpus di sedi di pubblicazione buone e di eccellenza, che coadiuverà lo sforzo dei singoli valutatori, senza però vincolarli. Sarà, nel caso, loro compito spiegare perché una pubblicazione in una sede oscura valga quanto quella uscita in una delle migliori riviste nazionali.

Avremmo così tra l'altro raggiunto lo scopo di individuare la nostra migliore produzione in campo umanistico, che si potrebbe valorizzare equiparandola a quella migliore in campo internazionale, facendo in alcuni casi una forzatura che mi sembra tuttavia per il momento accettabile.

Occorre però ragionare anche sul lungo periodo, cominciando a costruire le banche dati necessarie ad affiancare il giudizio dei pari. Si tratta, in particolare, di spingere le riviste italiane a entrare in Isi, Jstor, Scopus eccetera, e di convincere il Ministero e il Cnr a sostenere la digitalizzazione completa di quelle più importanti, com'è stato fatto in Francia con Persée. Si potrebbero così avere in futuro banche dati affidabili, capaci di sostenere l'introduzione anche nelle scienze umane di una valutazione di massa coadiuvata da indici bibliometrici che, se sofisticati, possono rispondere alle obiezioni più frequenti: che succederà ai lavori originali apparsi su riviste minori? E quale sarà la sorte di chi studia fenomeni importanti ma molto specialistici, e quindi con poche citazioni? Buone banche dati, capaci di ponderare le citazioni per rivista, e per parola chiave, potrebbero risolvere questi problemi e fornire ai valutatori (la peer review non andrebbe mai abbandonata) un ausilio prezioso.

Ciò appartiene però al futuro. Oggi occorre fare i conti con problemi più elementari, e al tempo stesso più complessi e delicati, come dimostra il dibattito sui rapporti tra italiano e inglese, una nuova 'questione della lingua' legata a problemi d'identità e orgoglio nazionale acuiti dal declino della posizione dell'Italia, e dell'Europa, nel nuovo mondo nato dalla decolonizzazione. L'italiano è stato per secoli, ed è rimasto fino a pochi decenni fa (il che spiega le resistenze a prendere atto di una realtà sgradevole), una delle grandi lingue di cultura, e il bacino linguistico dei suoi parlanti era ai primi posti nel mondo. Non è più così: a eccezione di singoli settori, che dovremmo difendere, l'italiano non è più, ahimè, una grande lingua di cultura internazionale, e il nostro bacino linguistico figura tra la ventesima e la trentesima posizione, e sta rapidamente scivolando verso il basso.

Abbiamo tuttavia ancora dimensioni tali da permetterci di rifiutare la soluzione adottata da Paesi come l'Olanda o quelli scandinavi, dove nell'istruzione superiore l'inglese è ormai la norma. Possiamo cioè continuare a pubblicare in italiano. Ma non possiamo chiudere gli occhi di fronte alla realtà e quindi dobbiamo al contempo stimolare e premiare la presenza della nostra migliore produzione, anche in campo umanistico, nel sopramondo costruitosi intorno all'inglese, come del resto fanno i tedeschi e stanno cominciando a fare i francesi.

Gli strumenti e le idee per farlo non mancano e se ne discuterà. È però necessario porsi, prima di tutto, un problema culturale più vasto. Per secoli il mondo occidentale e il nostro Paese hanno operato con una pluralità di lingue che andavano dal latino dei dotti a un volgare illustre che nei ceti elevati ha convissuto col francese, ai grandi 'dialetti' di cultura. Gli Stati nazionali hanno, per ragioni comprensibili, distrutto questa realtà, sostituendo le monoculture linguistiche che hanno aiutato i singoli Paesi a crescere, ma li hanno anche impoveriti e isolati, favorendone la tendenza, in situazioni di crisi, all'auto-marginalizzazione. Forse la prospettiva in cui occorre mettersi, e non solo nel campo degli studi, è quella del ritorno a un nuovo plurilinguismo, capace di mantener vivo, e arricchire, il suo nucleo italiano.
Università di Napoli Federico II,
Coordinatore gruppo valutatori Anvur Area 11


16 ottobre 2011