Il Sole 24 Ore
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23 ottobre 2011

I peccati dei popoli nascono dai principi

di Maurizio Viroli


Torno con piacere a trattare de La libertà dei servi stimolato dal bell'articolo di Roberto Casati "Libertà è scrivere una regola". Casati, credo, condivide l'analisi che il mio libro propone della realtà politica italiana, in particolare la tesi che per effetto del potere enorme di Silvio Berlusconi si è formato nel nostro paese quello che ho definito "il sistema di corte", ovvero un sistema di potere in cui un uomo occupa con continuità una posizione centrale e superiore rispetto a molti altri che dipendono da lui per avere status, onori e ricchezze.

La nuova corte, simile in questo a quelle della prima età moderna, è il regno dei servi volontari, dei cortigiani, dei buffoni e, ovviamente, delle cortigiane. Mi pare che gli ultimi avvenimenti dimostrino ampiamente la bontà della tesi. Del resto è stato proprio uno dei più zelanti sostenitori di Silvio Berlusconi a chiamare a raccolta "i servi liberi e forti". Non speravo proprio in una così eloquente conferma dell'idea centrale del libro.
Come giustamente rileva Casati, non ho mai sostenuto che il potere di Berlusconi sia arbitrario, come alcuni commentatori mi hanno attribuito, ma che è enorme. Una sola citazione dal libro: "in Italia si è infatti affermato un potere che non è né arbitrario, né autoritario, né dispotico, né illegittimo, ma è enorme e con la sua stessa esistenza distrugge la libertà dei cittadini"; e specificavo che "il potere di Silvio Berlusconi non è arbitrario perché non è tale da poter imporre a suo arbitrio la propria volontà; non è autoritario perché non si affermato e non si regge grazie all'uso della violenza poliziesca o di forze armate private; è legittimo perché si fonda sul consenso della maggioranza degli italiani espresso secondo le regole democratiche.

E' tuttavia enorme in senso proprio in quanto eccede di gran lunga i limiti del potere che un uomo ha mai avuto in un regime liberale o democratico".
Casati non dissente tanto sull'analisi della realtà quanto sull'indicazione delle vie per liberarci dal sitema di corte e per costruire difese atte a impedire che rinasca (possibilità quest'ultima tutt'altro che remota dato che il sistema di corte e la mentalità cortigiana hanno da noi radici antiche e diffuse). In particolare, rileva che la mia indicazione di operare per ricostruire o costruire nell'élite politica e nei cittadini la coscienza dei doveri e delle virtù civili è, più che una soluzione, una "ridescrizione del problema" e mi chiede dati empirici a sostegno della tesi che la maggioranza degli italiani difetta di virtù civile ed è prigioniera della mentalità cortigiana e servile.

Non ho difficoltà ad ammettere che non ho dati empirici tipo sondaggi d'opinione e simili da offrire, e non sono in grado di rispondere alla domanda su quanti siano gli italiani di animo servile e cortigiano. Il mio modo di coltivare la teoria politica non è empirico, ma interpretativo. Cerco di capire quanto avviene nell'azione politica e sociale attraverso l'interpretazione del linguaggio e dei comportamenti. Buono o cattivo che sia questo metodo mi ha permesso di vedere che in Italia quello che è effettivamente avvenuto è la formazione del potere enorme e del sistema di corte. Quanti siano gli italiani con animo servile e cortigiano non è per me questione essenziale. Sono abbastanza per sostenere un potere enorme, questo è il dato rilevante. E sono troppi, aggiungo, perchè l'Italia possa essere un paese civile.

Ma affermazioni come queste, mi rimprovera Casati, "hanno anche un effetto colpevolizzante. É come se si dicesse agli italiani, ‘siete servi, è colpa vostra se le cose vanno come vanno'". Il monito è serio, ma credo di potermi difendere con le parole di Machiavelli, l'autore al quale mi ispiro sempre, ripetendo che i "peccati de' popoli nascono dai principi". Nel libro ho infatti spiegato che i cittadini comuni (quelli che con termine barbaro vengono oggi definiti ‘gente') traggono ispirazione per i loro modi di pensare e di operare da chi sta in alto. Il rimprovero l'ho dunque diretto al signore e ai suoi cortigiani che danno l'esempio. Ho anche scritto che responsabilità grave per quanto è avvenuto non è dei cittadini, ma della classe politica, compresi gli oppositori di Berlusconi (ho usato l'espressione poco tenera "tradimento dell'élite").

Accolgo invece senza riserve il rimbrotto di aver insistito troppo sull'educazione civica e di aver sottovalutato l'importanza delle istituzioni e delle leggi nel combattere e nel prevenire la formazione del potere enorme di un uomo. Se ci fossero buone leggi – una buona legge elettorale e una seria legge sul conflitto d'interessi – il potere enorme crollerebbe e farebbe molta fatica a rinascere. Ma queste leggi non ci sono e soltanto uomini e donne di forte tempra civica, e saggezza, possono fare sì che nascano. Una volta nate, bisogna applicarle e rispettarle. Vale ancora il realismo di Machiavelli: "così come gli buoni costumi, per mantenersi, hanno bisogno delle leggi; così le leggi, per osservarsi, hanno bisogno de' buoni costumi". Credo tanto poco che i costumi siano immutabili che il libro l'ho scritto, rispondo così ad un'altra importante domanda posta da Casati, proprio per spiegare ai miei compatrioti, e soprattutto ai giovani, la differenza fra la libertà dei cittadini e la libertà dei servi, e ad esortarli ad amare la prima e a detestare la seconda.

maurizio.viroli@usi.ch


23 ottobre 2011