Il Sole 24 Ore
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Un incanto napoletano

Elisabetta Rasy


Per descrivere con la sua tagliente precisione la materia dei cunti, le secentesche fiabe napoletane del Pentamerone di Basile, Italo Calvino scrisse che in essa «il sublime si mischia col volgare e il sozzo». Sembra, a distanza di mezzo secolo, una descrizione che si attaglia non solo al celebre autore ma, perfettamente, alla città stessa: una città naturalmente fiabesca, tanto più se al sublime e al sozzo si aggiungono quelle altre coordinate di «bellezza e paura» che Cristina Campo considera i «poli tragici della fiaba» in un celebre saggio dedicato appunto a questo sempre vivo genere letterario. Una città dove la disgrazia è tanto più dolorosa perché lambita dalla esplosiva grazia della natura e da una esuberante tradizione di arte e cultura, e pronta per un racconto incantato, di cui in tempi recenti soprattutto Anna Maria Ortese ha ripreso il filo antico.
È in questa Napoli così naturalmente favolosa col suo orrore e il suo splendore che si snoda la storia che Benedetta Cibrario narra nel suo terzo romanzo, napoletano fin dal titolo: Lo scurnuso, uno che si mette scuorno, cioè che si vergogna. Alla pena ammaliata che è la cifra dell'Ortese, Cibrario sostituisce un più leggero registro malinconico e lo esercita scegliendo un tramite misterioso e prezioso: il presepe della tradizione, che nella città del golfo e dei vicoli non è affatto una rappresentazione devozionale ma una messa in scena realistica e insieme illusionistica, un gran teatro in miniatura di bisogni e sogni dove ogni contrasto – i poveri e i ricchi, la fame e l'abbondanza, le belle e le bestie, le pezze e le sete – si compone in un'armonia fastosamente fittizia ma non per questo meno essenziale.
Lo Scurnuso è diviso in tre parti che corrispondono a tre diversi periodi: gli anni intorno al 1792, la fine dunque del secolo in cui l'arte dei figurari napoletani, i costruttori delle figurine che si dispongono attorno alla natività, ha conosciuto il suo apice e l'inizio della sua decadenza; gli anni della guerra tra il 1939 il 1943 nei quartieri di Montecalvario e Chiaia; infine i nostri giorni in una località della penisola sorrentina. Sono tempi non solo cronologici ma simili a quelli di una composizione musicale, ognuno con un suo proprio registro espressivo. Psicologico, nell'ultima parte, realistico o quasi neorealistico in quella centrale, e, malgrado la precisione dei dettagli storici, decisamente fiabesco nella prima. Ed è questa la tonalità che si impone anche nel resto del romanzo, più o meno occultamente, investendo i personaggi del privilegio e della grazia dell'incantesimo. L'autrice torinese – e di lontane origini napoletane che qui forse si rivelano in una sorta di aura affettiva che permea il racconto – predilige i luoghi perduti e gli oggetti scomparsi, e nei suggestivi elenchi che ne fa guarda a Napoli come a una città sì di rovina eppure di operosa vitalità – rendendo così non solo amabile ma, tra tante deprecazioni, anche originale il suo romanzo. Come nella fiabe della tradizione tutto inizia con un bambino povero e solo che viene dato in pagamento per un lavoro svolto a un vecchio figuraro: il bambino ha i modi e l'aspetto di una faina, murato in se stesso da una paura rotta solo a tratti dalla curiosità, ma possiede un dono fatato: mani capaci di trarre dall'argilla qualunque fattezza umana e farla vivere. È lui che attraversando Napoli dai vicoli alle botteghe artigiane di Capodimonte, davvero poli di paura e bellezza, si farà autore di una nuova statuina del presepe in cui il vecchio figuraro ormai malato e rattrappito e appunto scurnuso, vergognoso della sua miserabilità, assume la dignità di un meraviglioso oggetto d'arte.
Questa statuina è come l'acciarino magico, o come una specie di lampada di Aladino che passa di mano in mano attraversando il tempo col carico di ciò che porta con sé, una vicenda umana che tocca e muove altre vite. Così nella Napoli squassata dai bombardamenti la ritroviamo tra le mani di personaggi che ricordano certe apparizioni dell'Oro di Napoli di De Sica e Zavattini, specialmente l'episodio del vecchio signore che gioca a carte e sempre perde col figlio del portinaio: contesa da un duca e da un cardinale e inventariata con amore da un piccolo impiegato che, se i tempi fossero stati diversi, sarebbe un doratore, la statuina è ora il miglior pezzo di un presepe antiquariale, più di centocinquanta figure alle quali neanche i disastri della guerra tolgono il potere fascinatore.
Nato dalla mente di un bambino solitario lo Scurnuso finirà poi nelle mani di un'altra bambina solitaria, enigmatico simbolo di ciò che è anonimo e resta ignoto attraverso i secoli, carico del destino di tutto ciò che ci sfugge eppure inesorabilmente ci riguarda.
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Benedetta Cibrario, Lo scurnuso, Feltrinelli, Milano, pagg. 188, € 13,00