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Questo articolo è stato pubblicato il 12 aprile 2012 alle ore 18:48.

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A ciascuno il suo. Dall'operaio della fabbrica fordista, sempre più raro a Nord-Ovest del paesaggio industriale italiano, al metalmezzadro dei capannoni del capitalismo diffuso, che nel Nord-Est post-agricolo è ormai scomparso. Fino all'operaio-artigiano che con i suoi polpastrelli e il sapere informale accumulato in decenni di "prova e riprova", vero perno pratico e concettuale dell'innovazione di processo e di prodotto del Made in Italy più grezzo e robusto, costituisce il nesso e la continuità dell'intera manifattura italiana, sospesa fra gli anni Cinquanta e la globalizzazione di oggi, la dimensione internazionale e la provincia, la chiave a stella e la bellezza.

«Il Rovagnati, come fa di nome il Rovagnati?», chiede Carlo Molteni, nella sua fabbrica di mobili e di design di Giussano. E chi lo sa. In fondo, gli archetipi non hanno bisogno di nomi. Da cinquant'anni il Rovagnati lavora qui nelle aziende della Brianza, estetica internazionale astratta e belle ragazze in carne con gli occhiali a goccia, schiena piegata sulle macchine utensili ed eccitazione ottimista da Boom che non si stempera nemmeno nei giorni segnati, a Milano come a Roma, dall'asettica bussola dello spread e dall'ascetismo rigorista del governo dei professori. «Dottore, il Rovagnati si chiama Giovanni». Il Rovagnati ha iniziato a lavorare all'età di 11 anni. Oggi da Molteni segue la produzione della linea di Giò Ponti, composta da inediti provenienti dagli archivi dell'architetto scomparso nel 1979. «Trasformare le idee di grandi maestri in un prodotto finito – dice con semplicità – mica è facile. Ci vuole passione e pratica. Bisogna adattare il prodotto alle macchine che hai a disposizione». Una reificazione della dimensione onirica dei progetti, il pensiero trasformato in una cosa, che negli anni Sessanta riguardava i designer italiani e che oggi coinvolge soprattutto quelli stranieri.

La tattilità e il colpo d'occhio del Rovagnati sono i primi elementi di un apparato produttivo che assorbe le intuizioni e le tendenze del design industriale internazionale, le emulsiona rendendole compatibili con i processi produttivi, le mescola alle innovazioni di prodotto e di processo, le trasforma in oggetti che abitano il paesaggio domestico e punteggiano la quotidianità di tutti noi. Dici Brianza ma, in realtà, dici Italia. Quel Paese che, pur fra mille incognite, attraverso una dolorosa rimodulazione dei suoi equilibri è sopravvissuto negli ultimi vent'anni alla fine del paradigma della grande impresa, coincisa con l'ultima stagione dell'economia pubblica e con il ridimensionamento delle famiglie del capitalismo novecentesco. Né solo agglomerazione distrettuali, né solo fordismi e postfordismi. Piuttosto un reticolo di imprese, insieme caotiche e organizzate, grazie a cui l'Italia ha ancora un ruolo nella divisione internazionale del lavoro, avrebbe detto qualcuno un tempo. Nell'analisi Esportare la dolce vita. Il bello e ben fatto italiano alle prese con i nuovi mercati, Prometeia e il Centro Studi Confindustria hanno costruito un indice che comprende l'alimentare, gli abbigliamenti e gli accessori, le calzature e l'arredo. Nell'edizione del 2011 di questo report viene stimata la forza potenziale che i trenta mercati a maggiore tasso di crescita (dalla Cina alla Russia, dagli Emirati Arabi Uniti all'Arabia Saudita) svilupperanno, in questi specifici settori, entro il 2016. La cifra, a prezzi e a cambi costanti, è di 114 miliardi di euro: in sei anni, un buon 50% in più.

Nel 2016 l'export di alimentare italiano, in questi Paesi, arriverà a 1,630 miliardi di euro, il 40% in più dell'anno base identificato nel 2010. La penetrazione dell'abbigliamento italiano dovrebbe salire a 4,3 miliardi di euro (+45%). L'esportazione di calzature dovrebbe attestarsi a 12 miliardi di euro, con un incremento del 60% rispetto al 2010. Nella categoria del bello e ben fatto italiano, una componente essenziale è l'arredamento, che nel 2016 dovrebbe salire a 3,3 miliardi di euro, oltre un terzo in più rispetto al punto iniziale. L'intero macro settore del legno-arredo, peraltro, secondo un'analisi del 2011 del Cosmit-Salone del Mobile ha un fatturato alla produzione non inferiore ai 30 miliardi di euro.

Non si stupisce Carlo Guglielmi, presidente del Cosmit-Salone del Mobile (1): «Queste potenzialità mostrano gli effetti positivi della transizione compiuta negli ultimi cinquant'anni. Negli anni Sessanta i mobilieri italiani producevano idee concepite da designer italiani. E questa corrispondenza valeva anche per gli altri Paesi: i tedeschi con i tedeschi, gli americani con gli americani. Oggi, in un tempo segnato dal rimescolamento delle nazionalità e dalla costituzione di una koinè comune praticata da un ceto di designer cosmopoliti, l'industria italiana ha conservato una sua centralità. Si tratta di un fenomeno interessante». Per capire questa specifica funzione, dentro agli equilibri del mercato-mondo, vale la parabola della libreria che vola. «Jean-Marie Nouvel – racconta Carlo Molteni – un giorno mi ha detto che voleva fare una libreria senza alcun contatto con il pavimento. È venuto qui a Giussano con un suo collaboratore che lavorava nell'aerospazio. Mah, gli ho detto: proviamo». Mah, proviamo. Il risultato è la libreria Graduate. Venduta dal 2003 in 11mila esemplari, è agganciata al muro con una mensola, da cui partono tiranti di acciaio che reggono gli altri ripiani. Mah, proviamo. L'irachena Zaha Hadid e la spagnola Patricia Urquiola. I giapponesi Naoto Fukasawa, Tomoko Mizu e Oki Sato. L'americano Jeffrey Bernett. L'olandese Marcel Wanders e l'israeliano Arik Levy. Gli inglesi Norman Foster e David Chipperfield. I francesi Jean-Marie Massaud e Jean-Marie Nouvel (2).

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