Il Sole 24 Ore
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Lingua delle mie brale

Andrea Moro


Si sa: il gulco gianigeva le brale. Se però si parla di più di un gulco, non dobbiamo chiedere a nessuno come si dice. Sappiamo benissimo che si dice che i gulchi gianigevano le brale. Non ci stupiamo nemmeno, anche se non abbiamo mai sentito di gulchi, brale e del gianigiare, né possiamo intuire cosa significhino. E se un bambino, dopo aver sentito per caso che qualcuno ha venduto qualcosa, ci dice che qualcun altro ha piangiuto tanto, dovremmo dargli un premio, perché è stato capace da solo di costruire una proporzione perfetta: venduto sta a vendere come piangiuto sta a piangere. Invece siamo costretti subito a spiegargli che non viviamo nel migliore dei mondi possibili e che, oltre ogni ragionevole aspettativa, certe parole si comportano in modo anomalo. Varrone (vedi la citazione nella scheda qui a fianco) ci sta dicendo esplicitamente che parte della nostra conoscenza del linguaggio non ci viene insegnata: è un fatto di natura. A molti questa osservazione può apparire scontata, ma invece punta verso una questione nucleare per nulla ovvia, né allora né oggi. Non mi pare infatti esagerato dire che questa tensione tra analogia e anomalia nel linguaggio, che per alcuni filologi si sarebbe radicalizzata in epoca ellenistica con il contrasto tra la scuola di Alessandria in Egitto e quella di Pergamo in Asia Minore, costituisce di fatto la madre di tutte le dispute sui modelli teorici della realtà.
Da una parte, infatti, il significato delle cose – "la struttura", potremmo forse dire oggi – emergerebbe da un magma informe e infinito con la nascita spontanea di rapporti di simmetria (l'analogia, appunto); dall'altra, la stessa struttura si formerebbe invece da impreviste e imprevedibili rotture di un immenso reticolo di regolarità simmetriche, dove tutto sarebbe altrimenti inerte perché ubiquitariamente invariante (l'anomalia, appunto). Non sono mai riuscito a trovare niente di più generale che il contrasto tra anomalisti e analogisti: tutto il mondo a me sembra descrivibile in un modo o nell'altro. Il punto è che non so decidermi se dire o o dire e: «in un modo o nell'altro» o «in un modo e nell'altro». Il disagio, per la verità, è solo l'effetto di un'indecisione ben più profonda: non so infatti comprendere se l'analogia e l'anomalia sono il modo nel quale è organizzato il mondo o il modo nel quale è organizzato il nostro modo di vedere il mondo. A dire il vero, ho abbandonato da tempo questo problema: oltre a non sapere risolverlo, non so nemmeno a chi portare i miei quattro capponi. So però che chiedersi se il mondo è organizzato secondo analogia o anomalia è diverso dal chiedersi se il linguaggio è organizzato in uno dei due modi. Questa separazione non è poco impegnativa, tuttavia, perché sottintende l'idea che la struttura del codice del linguaggio umano, vale a dire gli elementi primitivi che lo compongono e le regole che assemblano tali elementi in strutture più complesse, non derivi (totalmente) dalla struttura del mondo. In poche parole, potremmo avere un mondo "anomalo" e un linguaggio "analogo" o un linguaggio "anomalo" e un mondo "analogo". Tutto ciò sarebbe poco rilevante, e forse nemmeno interessante, non fosse che il nostro linguaggio neppure esisterebbe senza l'attività di un pezzo (o meglio di pezzi, uno per ciascuno intendo) del mondo: il nostro cervello. Purtroppo, in questo frangente la più grande rivoluzione scientifica sull'apprendimento del linguaggio spontaneo nei bambini non solo non ci aiuta, sembra anzi radicalizzare la separazione tra queste due visioni antitetiche della realtà. Mi riferisco alla seconda metà del Novecento, quando sulla base dei lavori di Noam Chomsky si è per la prima volta affermata una teoria sull'acquisizione del linguaggio opposta a quella tradizionale. L'ipotesi che le regole sintattiche della lingua madre (intesa in tutte le sue sottocomponenti, tra le quali la sintassi) si costruiscano progressivamente sul nulla è stata sostituita con l'ipotesi che gli esseri umani nascano con un cervello che (in potenza) contiene già tutte le sintassi possibili. L'apprendimento non sarebbe dunque un fenomeno di costruzione, ma di selezione: le sintassi alle quali i bambini non sono esposti si atrofizzano e muoiono, per così dire; quella che sopravvive tra tutte dopo la potatura, invece, si stabilizza e diventa la sintassi della nostra lingua madre (o delle nostre lingue, nel caso di poliglossia). Questo processo, per cui Jacques Mehler coniò la definizione ormai classica di «apprendimento per dimenticanza», è sembrato ad alcuni promettente anche sul piano della ricerca neuropsicologica, perché venne interpretato come il riflesso della progressiva riduzione dei contatti sinaptici nel cervello del bambino studiata e resa famosa da Pierre Changeux; fino a oggi, tuttavia, nessuno è riuscito a misurare queste riduzioni o a spiegarle come effetto dell'apprendimento del linguaggio, né a dire il vero di altre capacità cognitive. È evidente che la distanza tra le regolarità linguistiche e le osservazioni neurobiologiche è in questo caso (ancora) incolmabile e incommensurabile e che non sappiamo dare nuova sostanza di tipo neurobiologico alla contrapposizione fra anomalia e analogia: di fatto, che l'apprendimento corrisponda alla formazione e alla stabilizzazione di alcune connessioni sinaptiche in un labirinto di circuiti caotici o che si tratti della chiusura di alcuni circuiti in presenza di un reticolo simmetrico, il problema di fondo rimane irrisolto - anche se i contorni possibili iniziano ad affiorare dalla nebbia del mito. Forse, la tensione tra anomalia e analogia non è un problema, forse è il motore del nostro pensiero. Resta un fatto che tutti percepiamo in modo intuitivo: c'è qualcosa del linguaggio, come diceva Varrone, che sappiamo «da soli».
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parlo dunque sono
Il testo su Marco Terenzio Varrone qui pubblicato è tratto dal libretto Parlo dunque sono - diciassette istantanee sul linguaggio che Andrea Moro ha appena dato alle stampe con Adelphi (Milano, pagg. 112, € 7,00, in libreria nei prossimi giorni, Published by arrangement with Marco Vigevani Agenzia Letteraria (c) 2012 Adelphi edizioni spa Milano). Professore ordinario diLinguistica generale alla Scuola superiore universitaria di Pavia (Iuss), dove studia la teoria della sintassi delle lingue umane e i fondamenti neurobiologici del linguaggio, Moro cerca di capire perché parliamo come parliamo, usando come traccia una serie di frammenti sul linguaggio. Nel caso di Varrone, questo: «Chiamo "natura" il caso nel quale tutti noi non chiediamo come declinare un nome dato ma lo decliniamo da soli». (De lingua latina, X, 15 1)