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Questo articolo è stato pubblicato il 09 settembre 2012 alle ore 08:19.

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Non è un caso che due delle proposte più importanti del festival «B.motion» di Bassano fossero realizzate con persone disabili o affette da disturbi psichici. C'è, in questi incroci del teatro con la diversità e la malattia – se sono sostenuti da una forte vena creativa – il senso di una necessità che trascende e soverchia ogni altra forma di spettacolo presentato nello stesso contesto, dal raffinato studio su Mishima di Alessandro Martinello al monologo con pupazzi della bravissima Marta Cuscunà sulle suore ribelli di un convento cinquecentesco. Pur essendo ancora in fase di preparazione – la prima "ufficiale" avverrà il 7 ottobre a Bologna – il Pinocchio allestito da Babilonia Teatri con pazienti usciti dal coma è parso già un risultato assoluto, forse il punto d'arrivo (col già recensito Lingua imperii degli Anagoor, che ha aperto la rassegna) di una generazione: punto d'arrivo non solo per l'alto livello poetico, ma per la padronanza, per la sensibilità con cui Enrico Castellani e Valeria Raimondi hanno governato una materia difficilissima, che sarebbe sfuggita di mano a chiunque altro.
Il loro Pinocchio è straordinario fin dalla scelta del titolo, che implica allusivamente il tema del risveglio, del passaggio dalla condizione di burattino a quella di bambino, e dunque della presa di coscienza di un prima e di un dopo. È straordinario nell'apparizione dei tre protagonisti, che entrano dalla sala, seminudi, due in bermuda e uno in mutande, incerti nei passi, ma non smarriti. È straordinario nell'idea di non farli recitare ma parlare di sé, sollecitati dalla voce fuori campo dello stesso Castellani, che li interroga, li coinvolge in una paradossale intervista, all'apparenza un grado zero della rappresentazione, di fatto invece teatralissima. Lui, invisibile, pone domande con affettuosa ma sfrontata ironia, senza retorica o pietismo: chiede della loro vita, dell'incidente che l'ha segnata, delle fate turchine che vorrebbero incontrare. Loro rispondono con humour irresistibile, quasi con spavalderia: il tutto sembra lieve, sorridente, ma il dramma si nasconde di continuo dietro la dizione faticosa, dietro i gesti esitanti, coesiste con la scheggia di immediata realtà che essi incarnano, la illumina e in qualche modo la nobilita.
L'altro lavoro, seppur diverso, che andava in questa direzione era Kitchen of future, allestito dal duo Fagarazzi & Zuffellato con gli utenti di un centro di assistenza alle patologie mentali. Qui la strada era per certi versi più obbligata: sullo sfondo di una scena fatta di scatole di farmaci, nell'incessante movimento di un'anonima folla che percorreva senza soste le vie di una metaforica città, alcuni di loro si fermavano a tratti a evocare quello che in genere era il punto di scarto fra uno stato di precaria "normalità" e la caduta nella follia. Da un soggetto comunque meno insolito, il talento dei due giovani registi ricavava tuttavia guizzi di graffiante intensità espressiva: la ragazza che non voleva prendere parte allo spettacolo, e sussurrava le sue ragioni all'orecchio di una compagna, che le enunciava ad alta voce, la Biancaneve che alternava la ricetta dello strudel al resoconto di un vuoto esistenziale degno di Thomas Bernhard, la voce registrata che illustrava dottamente la riforma Basaglia, e sembrava appartenere a un medico, invece era di uno dei pazienti, seduto a un tavolino a costruire aerei di carta, erano splendide invenzioni: e il finale, con una sposa pronta per la foto, il sorriso forzato degli invitati che si raggelava e gli aerei di carta che cadevano da una sacca, si rivelava davvero ingegnoso.
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