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Questo articolo è stato pubblicato il 18 agosto 2013 alle ore 08:44.

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C'è una striscia d'Italia che va nel senso dei paralleli e che io chiamo l'«entre rios», la terra fra i due fiumi. I fiumi sono l'Arno e il Tevere. Tracciate due linee corrispondenti al percorso dell'uno e dell'altro e vi accorgerete che all'interno del territorio così delineato, nelle città e nei paesi che su quei due fiumi gravitano, sono nati i grandi della civiltà italiana: Dante e Boccaccio, Giotto e Arnolfo, Galileo e Machiavelli, San Francesco e il Beato Angelico, Piero della Francesca e Leonardo, Raffaello e Michelangelo. In questa parte della penisola ha preso forma insieme alla lingua letteraria la lingua figurativa degli italiani, prima con Giotto che dà immagine al Vero nella certezza dello spazio misurabile, poi con Masaccio «Giotto rinato» come diceva Berenson, infine, nella Roma dei grandi papi del Rinascimento, con Raffaello e con Michelangelo. Ed è ancora in questa parte della penisola che con Dante, con Boccaccio, con Petrarca, con Machiavelli, si è definita l'identità spirituale del nostro popolo.
Ebbene l'asse portante, il centro geometrico dell'«entre rios», è il segmento della Valtiberina che unisce la Toscana all'Umbria, la linea che va da Borgo San Sepolcro a Città di Castello, attraversando e toccando i campanili e le piazze di terre finitime che si chiamano Anghiari, Badia Tebalda, Caprese Michelangelo, Monterchi, Pieve Santo Stefano e poi ancora Citerna, Monte Santa Maria Tiberina, Montone, San Giustino.
L'edizione 2013 dei «Piccoli Grandi Musei» voluta e finanziata dall'Ente Cassa di Risparmio di Firenze, ha per argomento il viaggio nella Valtiberina e vede uniti in fruttuosa cooperazione le autorità amministrative e gli uffici della tutela delle due regioni, Umbria e Toscana.
Per tutta la durata dell'estate e l'inizio dell'autunno, fino al prossimo 3 novembre, il viaggiatore della Valtiberina incontrerà collezioni civiche ed ecclesiastiche aperte e opportunamente valorizzate, potrà ammirare antiche dimore storiche rese fruibili per l'occasione. Il viaggiatore capirà che in questa parte d'Italia la Bellezza è invasiva e pervasiva; entra dappertutto, nei musei civici custodi di capolavori celebri, nei borghi e nelle frazioni rurali, nell'ordine dei coltivi, nelle linee delle colline, nel verde nero delle querce che popolano il paesaggio, nei monti («divinamente azzurri» direbbe Pier Paolo Pasolini) che chiudono lo sguardo. Intendere questo significherà intendere anche le radici profonde della nostra storia artistica.
Per lo storico dell'arte due sono le linee stilistiche che attraversano la Valtiberina. Una è quella della «Grande Maniera» che sta sotto il segno di Leonardo, di Raffaello, di Michelangelo e che il Vasari ha celebrato nelle Vite. Questa stagione è rappresentata, nel Museo di Anghiari, dal prestito eccezionale della Tavola Doria, la celebre copia (o interpretazione) della battaglia che si tenne in questi luoghi e che Leonardo rappresentò nel perduto murale di Palazzo Vecchio.
Fra Toscana e Umbria la stagione della Maniera ha il suo alfiere nel Rosso Fiorentino con la Deposizione che sta nell'Oratorio di San Lorenzo in Borgo San Sepolcro e con la Resurrezione del Duomo di Città di Castello.
L'altra linea non meno affascinante, è quella che unisce, in un tracciato storico memoriale ed emozionale ininterrotto, Piero della Francesca a Raffaello e ad Alberto Burri. Si comincia con la Madonna del Parto di Monterchi, si tocca il Museo Civico di Borgo San Sepolcro che ospita i supremi capolavori di Piero (il polittico della Misericordia, la Resurrezione) per arrivare a Città di Castello nella Chiesa di San Francesco che ha custodito lo Sposalizio della Vergine di Raffaello oggi a Brera.
Commuove pensare che l'incipit del destino di Raffaello, l'inizio del percorso glorioso che lo porterà nelle Stanze di Giulio II nei Palazzi Apostolici, si colloca qui, all'anno 1504, nel cuore della Valtiberina. Colpisce – miracolo delle coincidenze – che il palazzo che fu degli Albizzini, i committenti dello Sposalizio della Vergine, ospiti oggi la Fondazione Museo dedicata ad Alberto Burri. Perché se c'è, nel Ventesimo secolo, un erede del grande classicismo italiano che ha i suoi archetipi in Piero della Francesca e in Raffaello, questi è Burri. L'intuizione è di Cesare Brandi e di Giulio Carlo Argan ed è perfettamente vera.
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