Cultura

La «fame» dei ragazzi di Ragusa e l'Italia da rifare

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La «fame» dei ragazzi di Ragusa e l'Italia da rifare

«Gentile direttore, mio figlio Silvio è andato via, vive a Milano. Prima era andata via la sorella Francesca. Dopo studi e master lavora a Milano. Adesso lui. La mattina si sveglia alle sei, esce col buio e va per la città che comincia a vivere. Mezzi, metro, treno, poi il Politecnico. La strada che porta al Politecnico è silenziosa. Piove spesso. I ragazzi sono tutti in fila, insieme. In un grande silenzio. Gli zaini, i rotoli per i disegni, le sciarpe avvoltolate, il sonno forte del mattino. Non parlano. Si sente solo lo scalpiccio sul selciato delle loro scarpe. Sono tanti, tantissimi. Hanno lasciato casa. Alcuni, come mio figlio, un'isola che a quell'ora è già assolata. Che non ha nebbie né silenzi mattutini. Ha colori sfacciati e luce, tanta luce. Le aule sono illuminate ancora oggi con lampade elettriche, richiamano i ragazzi. Fuori pioggia. Dentro caldo. Si mangia cioccolato. Si comincia a sorridere, a dire le prime parole della giornata. Ore, ore. Finché tutto compare dietro i vetri. La città e i suoi rumori. La città e i lavoratori e gli studenti. Mio figlio rimarrà lì. Ed io lo spero. Passeranno gli anni, l'essere divisi non conta più. Lui ha nostalgie normali: una passeggiata lungo il mare, il giardino di casa, certi tramonti calmi. Io sono contenta che sia andato, sono contenta che non torni. Vorrà dire che sarà valso tutto. Che avrà vinto. Questo voglio. Questo vuole lui». Letizia Dimartino, una mamma qualunque, domenica 23 febbraio ore 11 e 50.
Silvio studia ingegneria meccanica al Politecnico di Milano, è partito con quattro amici e stesso valigione su un autobus che lo avrebbe portato dalla Marina di Ragusa all'aeroporto di Comiso nella prima settimana di settembre, la madre ricorda una strana pioggia, uno sguardo sfuggente e tanto entusiasmo da parte di tutti. Sono i ragazzi del Sud di oggi, non di ieri, che ancora si mettono in gioco e scommettono su se stessi, non si risparmiano nei sacrifici e sono decisi a primeggiare a Milano e nella vita. «Mi si è aperta una porta, è un privilegio immenso studiare al Politecnico, il professore di fisica è eccezionale e comunque sono tutti bravi, nessuno è antipatico» ripete quasi sempre la sera Silvio nella telefonata quotidiana con la madre, è soddisfatto, sereno, si coglie che anche i tramonti milanesi cominciano a piacergli e si percepisce, soprattutto, la consapevolezza che la dura fatica dello studio è diventata la base indiscutibile del suo progetto di vita. Mi dice la madre: «Io senza mio figlio soffro, ma non ho mai avuto dubbi, con lui sono stata sempre molto chiara: non devi restare con noi, devi andare via, perché qui non si può immaginare un lavoro, una vita creativa, per lui e per gli altri la vita è fuori da qui».
La signora Letizia prima insegnava in una scuola materna poi è diventata bibliotecaria al liceo classico e pubblica poesie. Il marito, Giacomo Mastruzzo, è stato direttore didattico alla scuola elementare Palazzello IV circolo. A Ragusa, nella terra più a Sud della Sicilia e con meno infiltrazioni mafiose, tra monti Iblei e mare, sono entrambi in pensione e sono conosciuti da tutti. La città che Letizia ha amato di più è Milano, vi scappava spessissimo da bambina e raggiungeva gli zii negli anni Sessanta. Tutti e due, però, ora hanno nel cuore il mare di Ragusa, il suo porto nuovo, un popolo di poche parole, senza fronzoli. Purtroppo, sanno che difficilmente qui i loro figli possono costruirsi un futuro che sia qualcosa di importante e, per questo, li incoraggiano ad andar via. Ogni tanto Silvio si informa: «Che cosa fa il sindaco? Le luci le hanno messe? Hanno montato le nuove panchine?Devono chiamare Renzo Piano per fare le cose belle, ma ci vogliono i soldi e quelli non ci sono». Silvio ama la casa di famiglia a Marina di Ragusa, da sempre vi passa giornate intere a fare giardinaggio, a zappare la terra e ammassare le foglie, ci tornerà d'estate, adesso la mattina è al Politecnico e la sera studia fino a notte tarda con i suoi amici nella casa di piazzale Loreto a Milano. Forse, a ben pensarci, sono proprio questi ragazzi partiti dal Sud estremo, con tanta voglia di fare e determinazione, una delle speranze più grandi per un'Italia che vuole rialzare la testa. Hanno piu "fame" degli altri e solo Dio sa quanto il Paese ha bisogno di quella "fame". Per contribuire a rifare l'Italia non a chiacchiere e, magari, un giorno tornare anche a Ragusa in un'altra Italia che decida per una volta di cambiare iniziando dal Sud e non dal Nord.
roberto.napoletano@ilsole24ore.com
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