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Questo articolo è stato pubblicato il 05 luglio 2014 alle ore 11:10.
L'ultima modifica è del 05 luglio 2014 alle ore 17:19.

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Settembre 1944. Mussolini è nel suo ufficio in una villa sul lago di Garda, con la divisa nera della milizia fascista, senza gradi né decorazioni: «l'uomo di Palazzo Venezia, relegato in un borgo manzoniano di rari villeggianti e sonnolenti pescatori, ha perso l'orgoglio». Davanti a lui Vittorio Costa, il federale di Milano, ufficiale degli alpini (uno dei pochi che sono tornati dalla Russia e che, nella resa dei conti dell'aprile 1945, si salveranno), trova il duce invecchiato e incupito: «la barba della sera gli disegna sul volto un'ombra densa a romperne il pallore». Costa descrive con poche parole la reale situazione di Milano dopo i bombardamenti: fame e malcontento.

Dopo la notte del 25 luglio 1943, quando Mussolini viene messo in minoranza dai suoi gerarchi, succede di tutto: il duce è prontamente silurato dal re e fatto arrestare, seguono l'armistizio dell'8 settembre e l'occupazione militare di mezza Italia da parte dei tedeschi, ma c'è anche la sua liberazione e il ritorno «da dittatore dell'usato, sotto le minacce urlate di Hitler».

Il Garda è «uno di quei laghi che il romagnolo Mussolini detesta, perché sono un compromesso fra fiume e mare e gli mettono malinconia». Sa bene che «l'aquila di Salò non spiccherà mai il volo» e che «dopo Stalingrado il Reich ha perso la speranza di vincere». Nella sua solitudine ricorda il discorso di piazza Venezia del '36 con la proclamazione dell'Impero e lo confronta con il misero presente. e ricorda anche il 10 giugno del '40, con la dichiarazione di guerra all'Inghilterra e alla Francia: «Quella sera cominciò la mia caduta all'inferno».

Adesso vuole comunque tornare a Milano. Sua moglie Rachele cerca di dissuaderlo: «Vai a morire. Loro ti aspettano e ti uccideranno». Ma lui, dopo mesi di incertezze, si è deciso a uscire dall'isolamento e la sua confidente è Clara Petacci, non la moglie. Avverte la propria debolezza, sa di essere una pedina nelle mani dei tedeschi: «Dicono che tutto mi è possibile, ma nulla mi è permesso». Vorrebbe presentarsi a Milano senza la scorta della Wehrmacht e delle SS, perché «gli italiani non sono tutti dei Badoglio, ma hanno decoro e coraggio». I nazisti comandano, sfruttano, depredano, rastrellano, uccidono: «Siamo in guerra – è la logica di Kesselring – e chi si oppone va al muro».

L'ultimo acuto avviene al Teatro Lirico di Milano il 16 dicembre 1944. Per un attimo, il duce ritrova se stesso: la voce, il carisma, la seduzione. Ma è un lampo, l'euforia di un giorno, l'addio in un'effimera apoteosi. A Milano lo attendono al varco anche i combattenti comunisti del 3° Gap, comandati da Visone e da Angelo, travestiti da fascisti, con l'obiettivo di ucciderlo, con una bomba, una raffica, una pallottola. Falliscono e il 18 dicembre Mussolini torna sulle rive del lago di Garda. Ma passano solo pochi mesi e giunge per lui la fine: catturato dai partigiani a Dongo sul lago di Como, mentre tenta di fuggire in Svizzera con indosso un cappotto tedesco, viene giustiziato il 28 aprile 1945. Con lui muore la Petacci: i loro corpi saranno poi appesi testa all'ingiù in piazzale Loreto a Milano, insieme con quelli di altri gerarchi fascisti.

Nel libro, attorno a Mussolini, ruotano, esaltati e disperati, gli "ultimi" di Salò in un intreccio di storie di guerra e d'amore, quasi tutte tragiche: Clara Petacci, fedele fino alla morte, Alessandro Pavolini, segretario del Partito fascista repubblicano e amante della diva del cinema Doris Duranti, Nicola Bombacci, prima comunista con Gramsci e Bordiga e poi consigliere del duce a Salò (anche per Pavolini e Bombacci, dopo la fucilazione a Dongo, ci sarà la macabra esposizione dei cadaveri a piazzale Loreto), il federale di Milano Vittorio Costa, l'attore Osvaldo Valenti (volontario nella X Mas) e Luisa Ferida, sua compagna sul set e nella vita, fino alla raffica di mitra dei partigiani, che li ucciderà entrambi il 30 aprile 1945 in via Poliziano a Milano.

Marco Innocenti, giornalista e scrittore, per oltre vent'anni responsabile del settore esteri al quotidiano "Il Sole 24 Ore", cultore appassionato di storia del Novecento (non solo quella dei grandi eventi, ma anche della vita quotidiana e del costume), ha pubblicato con Mursia numerosi titoli sull'Italia del ventennio fascista e del dopoguerra. In questo romanzo storico "Una pallottola per Mussolini" coglie un momento cruciale della vita del duce e lo racconta in un mix di storia e di fantasia. Come scrive nella nota che introduce il libro, «il racconto è vero e ha per protagonisti personaggi realmente esistiti. Le libertà narrative non intaccano la realtà dei fatti grazie allo scrupolo della verosimiglianza».

"Una pallottola per Mussolini",
di Marco Innocenti,
Mursia, Milano,
pagg. 282,
€ 17,00

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