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Questo articolo è stato pubblicato il 27 luglio 2014 alle ore 08:13.
L'ultima modifica è del 27 luglio 2014 alle ore 13:50.

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«No a una giornata celebrativa». Lo urla (lo s'intuisce dalla bocca aperta di una donna che riempie lo sfondo) un manifesto del Psi del 1977 dedicato all'8 marzo. Lo stesso piglio assertivo lo comunica un manifesto del Movimento di liberazione della donna, senza data ma forse dello stesso anno dove appaiono tutti i tratti iconografici ed estetici della scelta militante (pugno alzato, postura del corpo da corteo, sfondo rosso, simbolo del genere femminile).
Sono due degli 80 manifesti che William Gambetta riproduce a colori in un inserto di questo suo libro. Un campione significativo di una stagione che non vede la scomparsa del manifesto didascalico proprio degli anni '50 (per esempio una parte della grafica maoista conferma quello stile, così anche il Movimento sociale italiano), mentre la gran parte dei partiti di massa, che nel nostro immaginario di oggi rappresentano la resistenza al cambiamento, aderiscono a quel nuovo stile comunicativo. Tra i primi, sorprendentemente per l'immagine e la memoria che ne abbiamo conservato, il Partito repubblicano di Ugo La Malfa.
Se è vero che il manifesto politico mantiene le diverse funzioni proprie della comunicazione politica verbale (persuasione, commemorazione, informazione; fund raising, critica dell'avversario) è vero che esso negli anni '70 ne sviluppa essenzialmente tre: informativa, ovvero dare notizie e dunque spesso "controinformare"; far ricordare, e dunque "celebrare" ossia costruire un nuovo calendario civile; infine "far credere", e dunque "far mobilitare". Il manifesto politico, complice anche una lunga stagione di campagne elettorali e referendarie che accompagnano la trasformazione della società italiana, costituisce il veicolo principale di tutte e tre queste funzioni. Trasformazione, non solo sociale, politica, e culturale, ma anche estetica. Anni in cui è importante ciò che si legge, le parole che si usano, le immagini che si adottano per rappresentare ciò che si vuole.
Un ruolo particolare, per esempio, lo svolge il fumetto d'autore. Il mensile «Linus» (che inizia ad uscire nel giugno 1965) fornirà molti elementi. Non solo i suoi Peanuts, ma anche le strisce di Joaquín Lavado, in arte Quino, con Mafalda, le storie di Hugo Pratt o quelle di Guido Crepax accompagnano la trasformazione culturale in atto in Italia. I loro personaggi, le parole, i gesti, le posture, sono parte di quella neolingua internazionale che caratterizza la cultura dei movimenti degli anni '60 (Stati Uniti, Francia, America Latina) che si riversa nel manifesto politico di quegli anni.
L'effetto è un ulteriore passaggio nell'americanizzazione anche dell'Italia.
L'arrivo dell'America in Europa negli anni '40 era stato diffusione del boogie woogie, del chewing-gum, della musica. Ora negli anni '60 significa ancora musica, ma soprattutto controcultura, sia nei suoi oggetti di arte (illustrazioni, caricature, fumetti, fotografie, collages) sia nei nuovi protagonisti: giovani e donne, soprattutto, ma anche i diversi movimenti di liberazione sociale e culturale, che coinvolgono il sesso, l'arte, la famiglia, la scuola. Si arricchiscono l'area culturale e sociale della protesta e le forme della sua comunicazione sociale. Il manifesto è uno dei veicoli in cui quello schema stretto si rompe, imponendo nuovi attori e spaccando la rigidità delle soggettività tradizionali che avevano espresso il vocabolario del conflitto sociale. Il manifesto dunque era il segno del rinnovamento della politica, dei luoghi e dei modi in cui la si viveva.
Con la chiusura del ciclo dei movimenti, alla fine degli anni '70, il ritorno della politica come luogo recondito in cui si decide, produce la fine di quella forma di comunicazione. Il manifesto politico recede fino alla sua marginalizzazione. Rimane come oggetto d'arte.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
William Gambetta, I muri del lungo '68. Manifesti e comunicazione politica in Italia, Deriveapprodi, Roma,
pagg. 190, € 18,00

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