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Questo articolo è stato pubblicato il 10 agosto 2014 alle ore 20:26.

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Il 13 gennaio 1941 uno dei più grandi scrittori del XX secolo, James Joyce, moriva all'età di 58 anni a Zurigo. La sua fama aveva ormai raggiunto ogni parte del mondo e la sua opera più importante, l'Ulisse, aveva sancito il culmine d'una sperimentazione trasgressiva e fondante - condivisa con Virginia Woolf e Thomas S. Eliot - capace di rappresentare emblematicamente la storia evolutiva del romanzo borghese Modernista.

La sua vita, non particolarmente avventurosa, balzò alla cronaca letteraria grazie a una straordinaria capacità "auto-descrittiva" presente nei propri testi fortemente autobiografici ma anche nella miriade di lettere lasciate ai posteri. Egli, del resto, seppe alimentarla proprio attraverso una felice congiunzione tra epos e anti-epos, laddove Ulisse, eroe dell'antichità, veniva sostituito da Leopold Bloom, eroe di tutti i giorni che combatte contro i "giganti" dell'intolleranza e dell'invidia, ostacolato da una società provinciale e bigotta come quella dublinese del 1904. Da qui all'idea che ogni minimo accadimento quotidiano, anche quello più banale, sia "epico" e rilevante esattamente come il superamento di Scilla e Cariddi o la fuga dal mortale abbraccio di Circe, il passo è stato breve, e la risposta degli studiosi (o archeologi della parola) non si è fatta attendere. Tant'è che, sin dal 1959, i biografi sono letteralmente andati all'assalto del mito-Joyce, che si affianca al mito letterario joyciano, allo stesso modo in cui la sua pratica esistenziale si salda a quella teorica (Joyce che teorizza il mito facendolo il "suo" mito).

È proprio del 1959, infatti, la pubblicazione della prima biografia "totale" di Joyce, a opera di un ricercatore americano, Richard Ellmann, diventata subito famosa e tenuta dagli studiosi come una Bibbia, un testo sacro a cui attingere ogni volta che, nelle opere dello scrittore irlandese, sorge qualche dubbio interpretativo. Perché per Joyce (come anche per Proust del resto) nulla può essere scisso dalla biografia, e la letteratura "alta" si insinua nelle azioni più banali come momento epifanico della vita quotidiana. L'azione più insignificante, infatti, può coinvolgere l'Universo.

A dire il vero Ellmann era stato preceduto da Herbert Gromann, con il suo James Joyce: His First Forty Years, che nel 1924 aveva compilato, quando l'autore era ancora in vita e in grado di correggere eventuali errori (ma anche di influenzare certe interpretazioni), una prima stesura del vissuto joyciano. Ma si trattava di un'opera ovviamente incompleta, e nemmeno molto affidabile sul piano del rigore documentale. Al contrario questa colossale ricostruzione di Ellmann si presenta come un'opera minuziosa e pervasiva (mille pagine fitte di note e di riferimenti epistolari e testimoniali), ed è stata definita da Anthony Burgess «la più grande biografia del secolo». Non a caso ha rappresentato (e in parte lo è tuttora) una vera celebrazione "canonica" del mito-Joyce. A tal punto che, sulla sua scia, si è sviluppata un'ondata di ricostruzioni biografiche collaterali capaci - fatto unico nella storia letteraria del Novecento - di coinvolgere tutta la sua famiglia: basti pensare a Nora di Brenda Maddox (sulla moglie di Joyce, Nora Barnacle), uscito nel 1988 (Mondadori 1989); John Stanislaus (padre di Joyce), di J.W. Jackson e P. Costello, del 1997; Lucia Joyce (la figlia, morta in una clinica psichiatrica), di Carol Loeb Shloss, del 2003; cui dobbiamo aggiungere Sylvia Beach and the Lost Generation, del 1983: una biografia dell'editrice dell'Ulisse a Parigi nel 1922 in cui l'autore, Noel Riley Fitch, dedica grande riscontro alla relazione amicale tra Sylvia e Joyce (La libraia di Joyce, Il Saggiatore 1983).

Ellmann ha retto per decenni. Per decenni tutti gli studiosi di Joyce hanno dovuto fare i conti con questo testo onnicomprensivo, che ha visto la luce tra il 1955 e il 1959, dopo una ricerca smisurata che ha implicato la lettura di migliaia di documenti (Ellmann è anche l'editore dell'Epistolario joyciano, ovviamente non ancora completo, dato che continuano a saltar fuori nuove lettere) e l'ascolto di centinaia di testimoni. A lui va sicuramente questo merito. Alla fine degli anni '50 poteva ancora attingere ad una pletora di persone che avevano avuto relazioni con Joyce, e il suo testo, da questo punto di vista, è "seminale" e irripetibile. Per questa ragione, in una periodo di rinnovo delle pubblicazioni joyciane dopo la caduta dei diritti (di cui è stato goloso e "capriccioso" detentore il nipote Stephen per anni), ha sicuramente senso ristampare in edizione italiana questa biografia, come ha fatto Castelvecchi.

Ma, tenuto anche conto della molto più recente biografia di Gordon Bowker (A New Biography, uscita nel 2010), e di un rifiorire di studi specifici (Bosinelli, Ruggieri, Crivelli, McCourt), occorre registrare quanto Ellmann sia superato su alcuni punti fondamentali. Un esempio per tutti: la grave sottovalutazione dell'importanza degli anni triestini che vanno dal 1904 al 1920 (con qualche interruzione) nella formazione artistica e culturale di Joyce.
Richard Ellmann, James Joyce, traduzione di Vittorio Santangelo, Castelvecchi, Roma, pagg. 956, € 50,00

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