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Questo articolo è stato pubblicato il 25 agosto 2014 alle ore 15:56.
L'ultima modifica è del 29 agosto 2014 alle ore 17:07.

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La polenta è l'oppio dei popoli. Il gemito marxiano alimentare s'ode lassù, in una gelida quanto luccicante giornata dell'inverno del '44, sulle sponde dei laghi Gemelli, due delle gemme di un reticolo di specchi lacustri issati ai duemila metri, là dove si spegne la valle bergamasca del fiume Brembo.

Siamo nel bel mezzo non solo d'un gelido inverno, ma di uno dei racconti di Giulio Questi, "Una battaglia", raccolti per Einaudi sotto il titolo: "Uomini e comandanti".
Chi sia Giulio Questi è impresa difficile da definire e la postfazione del "suo" editore, Angelo Bendotti è strumento prezioso per fare luce su una vita culturale tanto feconda quanto ricca di asperità come le piodere (da pioda, l'ardesia) da lui affrontate quand'era partigiano.

Partigiano, dunque, è la prima, essenziale definizione del suo status, anche se le biografie lo indicano quale regista, sceneggiatore, attore cinematografico che ne La dolce vita di Fellini interpreta il ruolo di don Giulio Mascalchi, l'aristocratico romano che ospita una festa per la nobiltà nel suo decadente castello. Ed è Roma, che sul finire degli Anni Quaranta lo incanta con quel "cielo barocco", la città elettiva d'un bergamasco di nascita e formazione che a novant'anni ci consegna gli splendidi racconti pescati nella sterminata biografia d'un autore poliedrico, con infiniti lati rivolti a passato, presente e futuro, come dimostra la sua attuale, intensa attività di film maker in rete.
Difficile con un simile personaggio non perdere il filo della narrazione. Conviene perciò ritornare a quella farina di mais inacidita e nascosta tra quelle montagne dal comandante M. Una riserva aurea che si rivela preziosa più dell'oro nel bel mezzo della "battaglia di Branzi", l'azione compiuta nel febbraio del 1945 che la banda partigiana compie per eliminare il presidio fascista in quella località. Ebbene, quel grido dissacratore, serve a Questi per rompere un'atmosfera che rischia di celebrare l'evento che non a caso ha più profonde radici nel reale tra quelli narrati.

Giulio Questi, che il partigiano l'ha fatto davvero "per tutti i venti mesi", sa che se in quei racconti ti lasci prendere la mano dalla retorica o dal compiacimento, tutto si può alterare e anche una stagione di sacrifici diventa stagione inutile.
Perciò il narratore-partigiano di Giustizia e Libertà, come bene lo definisce Angelo Bendotti, ci conduce in un universo popolato di personaggi tra loro affatto diversi. Il comandante M. altri non è che un Caronte che traghetta qui e là tra i monti le figure più diverse, per lo più maledetti della montagna, bestemmiatori. Un popolo eccentrico, affamato, capace di conoscere gli abissi di crudeltà raccontati nell'episodio del " Roccolo" e, una pagina dopo, la sublime bellezza di chi mette a repentaglio la propria vita per offrire degna sepoltura a un essere umano (La cassa). E che dire di "Graffiti di provincia", storia di due fornai, di un biblico galletto sterminatore e della grottesca caccia agli scarafaggi invasori?

Il mondo è tutto ciò che accade, ma se nulla accade è tremendamente vuoto, dice l'io narrante di Questi, senza sapere di pronunciare la prima proposizione del Trattato di Wittgenstein, anche se l'ultima, confessa di non essere mai riuscito ad applicarla:"Di ciò che non si può parlare si deve tacere".
Al contrario parliamo dunque di noi, delle nostre pulsioni di esseri pronti al sacrificio, ma anche disposti alle azioni più vili, alla crudeltà, ai gesti più efferati. Giulio Questi lo fa con i racconti che fanno riaffiorare il grottesco tentativo di assassinare un supposto generale fascista o l'angoscia dei ricordi delle fucilazioni inflitte ai fascisti, rivissuti anni dopo sul lettino di uno psicanalista.
Ma la storia è questa e addomesticarla significa renderla un brandello inutile: senza più memoria perdiamo di vista la nostra essenza e allora diventiamo sì, senza pietà. Pietà che, al contrario, trionfa nel boscaiolo pronto a replicare al perbenismo di chi lo rimprovera di essere in compagnia di "quella donna" dai costumi facili: "Oh...- replica - ... Siamo di piccola reputazione".

Uomini e comandanti
di Giulio Questi
Pagg. 190, euro 18
Einaudi editore

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