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Questo articolo è stato pubblicato il 21 settembre 2014 alle ore 08:16.

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La carta preferisce starsene in un cassetto, piuttosto che soffrire della luce e arrischiarsi a viaggiare. Anche Roy Lichtenstein teneva i propri fogli per sé. Dopo che morì, all'età di 73 anni nel 1997 a Manhattan, dove era nato e cresciuto, la moglie Dorothy non si sarebbe mai aspettata che qualcuno volesse comprare i suoi disegni: «Fu una vera sorpresa quando qualche amico artista, collezionista o curatore venne a chiedere il prezzo». Lo scrive in un bel racconto inserito nel catalogo edito da Skira che accompagna la mostra «Roy Lichtenstein opera prima», alla Galleria d'Arte Moderna di Torino dal 27 settembre al 25 gennaio.
«Per Roy il disegno era il fondamento di ogni arte», racconta Dorothy, «veniva prima di ogni suo lavoro. Fosse un dipinto, una stampa, una scultura o un poster, cominciava sempre da un disegno». E il più delle volte non si fermava a una sola carta: «Lichtenstein disegnava la sera, a casa, più che in studio, qui poteva rilassarsi e guardare ai libri per ispirarsi. E persino all'elenco del telefono quando stavamo a Roma».
Per la prima volta in modo così esaustivo, una mostra europea presenta le opere su carte dell'artista Pop, nella loro vasta gamma di tipologie, dalla prima idea al collage. Ci sono veri e propri "schizzi", segni immediati sul foglio che lasciano che una forma nasca e si perfezioni. Moltissimi sono gli studi, anche a colori e con appunti a matita a margine, dove l'artista annota istruzioni, misure, colori. In relazione alle sculture ci sono note più tecniche e in alcuni casi pongono degli interrogativi, per esempio se sia meglio utilizzare un materiale o un altro.
Grazie alla collaborazione con l'Estate e la Roy Lichtenstein Foundation, si potranno vedere 235 lavori, molti dei quali provenienti dalle collezioni pubbliche americane, ma anche da molte collezioni private. E per questo sono moltissimi gli inediti.
L'esposizione costituisce un affondo critico, curato dal Danilo Eccher direttore della Gam, e confortato dai contributi degli specialisti americani, Andrea C. Theil, manager del Catalogo Ragionato della Fondazione, Bernice Rose e Thomas Zacharias, che per l'Italia si configura anche come una coraggiosa sfida al pubblico delle mostre. Più che all'estero, qui sono in molti a credere che un disegno abbia meno valore di un quadro e che costituisca una prova meno significativa per l'artista. In una visione più romantica, invece, è proprio sul foglio e con la matita in mano che l'artista esprime il suo pensiero più intimo e più genuino. E come osserva Eccher, «Laddove nei dipinti, per la tecnica utilizzata da Lichtenstein, la mano dell'artista praticamente non c'è, nel disegno c'è il suo segno». E anche se per la poetica Pop del maestro gli sarebbe importato poco dell'aspetto manuale del proprio lavoro, è pur vero che il suo segno autografo ha un valore. Come vero che è ben diverso da quello di un altro. Quando Dorothy pensò di fare ultimare il progetto per una cappella in Puglia che la morte aveva lasciato incompiuto, questo fu palese: «Quando guardai il lavoro finito era così evidente che tutte quelle linee non erano di Roy, che non se ne fece più nulla».
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