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Questo articolo è stato pubblicato il 14 ottobre 2014 alle ore 22:54.
L'ultima modifica è del 14 ottobre 2014 alle ore 23:01.

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«Scrivo costantemente autobiografie, ma devo trasformarle in fantasia per poter dare loro credibilità» ha detto Katherine Paterson, una scrittrice statunitense nata nel 1932 in Cina. È una sintesi delle molte cose dette al Komikazen, Festival internazionale del fumetto di realtà, concluso domenica scorsa a Ravenna.

Il tema centrale era l'autobiografia e la biografia, una proposta puntuale dei due curatori, Elettra Stamboulis e Gianluca Costantini, per una riflessione che, partendo dal contesto più ampio dei social media, un autentico oceano autobiografico, ha contagiato quello specifico della narrazione disegnata, con produzione ipertrofica di titoli sull'argomento.

«Non credo al concetto di realtà, neanche all'intenzione di andare verso la verità, forse credo all'idea di sguardo. La letteratura ti sabota, ti frega, ti supera nel racconto. C'è comunque un filtro nel momento in cui diventa carta» ha detto Gipi, uno dei più grandi autori italiani degli ultimi anni, in un confronto con Roberto Recchioni. Per quest'ultimo, creatore di John Doe e curatore del nuovo corso di Dylan Dog per Bonelli Editore, lavorare su un personaggio significa parlare di sé stessi attraverso una maschera.

Eddie Campbell, disegnatore tra l'altro di From Hell e autore di Alec, ha dichiarato: «Tutto quello che faccio è fiction. Non mi interessa se la storia è vera, mentre la racconti ti allontani dalla realtà». La necessità di tradirla è dunque una costante. Risposte autorevoli alle molte biografie disegnate, spesso concepite con un intento pedagogico che danneggia sé stesse e il protagonista del libro.

Campbell, nella sua Lectio magistralis, ha inoltre mostrato alcune immagini di From Hell confrontandole con la sceneggiatura di Alan Moore: impressionante la ricchezza di dettagli per una solo vignetta del racconto. Moore fornisce descrizioni minuziose spesso impossibili da restituire nei pochi centimetri quadrati del disegno.

In molta produzione a fumetti l'ossessione per l'esattezza, la completezza delle informazioni, l'aderenza storica ad una biografia, le necessità della realtà sembrano incompatibili con quelle della narrazione. Il Komikazen, oltre alla missione di vedetta sugli eventi realmente significativi della cronaca mondiale, spesso dimenticati dalla stampa ufficiale, ha assunto da anni il ruolo di talent-scout, che pretende una particolare sensibilità verso l'universo giovanile, a qualsiasi latitudine si manifesti.

Gord Hill, originario del popolo Mohawk, è un'attivista che rivendica diritti sul territorio che oggi corrisponde alla provincia della British Columbia canadese. A Ravenna ha presentato il suo libro a fumetti 500 anni di resistenza, pubblicato in Italia da GIUDA edizioni. Molti nativi non riescono a rileggere i propri traumi attraverso la lettura di un libro e Gord ha pensato di scriverne uno a fumetti che racconta la loro versione sulle conseguenza della scoperta dell'America che ritengono una invasione europea. Hill dedica la sua vita a mantenere lo spirito di rivolta del suo popolo non solo tramandandone la cultura e la lingua, ma impegnandosi in prima persona nelle manifestazioni che si oppongono allo sfruttamento del territorio dei Mohawk.

Fabio Bonetti ha invece scelto una storia più intima intitolata Emilia, edita dalla giovane casa editrice bresciana MalEdizioni, per raccontare l'anzianità. L'autore, che si è occupato a lungo di anziani malati, ha assistito le sue due nonne, con le quali ha instaurato un dialogo sottile, allusivo e ironico sulla fine, il fallimento e la memoria.

Quest'anno il Komikazen ha presentato due mostre molto belle, una sul lavoro di Eddie Campbell ospitata nella splendida Biblioteca Classense, l'altra collettiva intitolata Tradimento delle immagini al Mar, a cura dell'associazione culturale Mirada. Il Festival del fumetto di realtà ha avuto il coraggio di confrontarsi senza inibizioni sulle contraddizioni della sua “ragione sociale”: «la realtà - ha detto Elettra Stamboulis - è solo un dress-code».

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