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Questo articolo è stato pubblicato il 02 novembre 2014 alle ore 08:15.

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In principio – anche in Serenissimi affari di Simone Filippetti – erano i Marzotto: co-fondatori dell'originario "modello veneto", chiamati per tempo da Enrico Cuccia in Mediobanca e perfino – per un attimo – al ruolo di editori del «Corriere della Sera». Ma al giro di boa del millennio, la famiglia si frantuma in guerre intestine e la dinasty cessa ben prima dei 200 anni dalla nascita della Marzotto. Poco più a est, i Benetton trasfigurano intanto da industriali ispiratori di Oliviero Toscani a finanzieri privatizzatori: senza sbagliare quasi un colpo fra autostrade e aeroporti, ma sempre più lontano da Ponzano.
Nell'agile galleria del capitalismo "serenissimo" appena mandata in libreria dal reporter finanziario del Sole 24 Ore i ritratti ci sono tutti o quasi. Bepi Stefanel è l'eterno secondo del retail fashion in quella Marca trevigiana dove Mister Geox (Mario Polegato) produce spumante doc per il Quirinale di Sandro Pertini e per Papa Woytyla prima di inventarsi la "scarpa che respira". Ma poi – chiosa Filippetti – «spegne i motori». Per non parlare di Leonardo Del Vecchio: cui il libro riconosce il titolo di «re» dei tycoon veneti, ma allunga poi sul futuro di Luxottica una sorta di «maledizione dei numeri uno».
Non guasta affatto, comunque, che sia un giornalista umbro a raccogliere un bel quaderno di appunti su vent'anni di finanza e impresa a Nordest, anzi. Il volume risale con puntualità all'Ipo della Danieli – negli annali del primo boom di Piazza Affari – e segue poi le sgommate (non sempre felici) dell'Aprilia di Ivano Beggio. Rimette in fila cifre e gesta del Pinguino De Longhi e degli assali meccatronici costruiti da Mario Carraro nell'Alta padovana. Senza dimenticare marchi più giovani, nati ben dopo gli anni ruggenti: come la friulana Tbs, una garage company che secondo l'autore non sfigurerebbe nella Silicon Valley.
Filippetti mostra comunque pochi dubbi: dopo anni di «splendore», i big names veneti sbarcati in Borsa stanno attraversando una fase di «declino». È una tesi che certamente il libro ha il merito di porre: oltre ogni mito inesorabilmente destinato a usura; ma forse al di qua di un bilancio non ancora maturo nei tempi. Anche perché i bilanci – quelli d'esercizio – resistono. Anzi, spesso brillano: a cominciare proprio da Luxottica, dove un self made man italianissimo tiene a quota 60% il suo investimento nella sua azienda. Che scoppia di utili e di salute finanziaria. Che occupa in Italia molte migliaia di dipendenti. Che ha fatto acquisizioni di successo negli Usa con quattrini veri: non a leva bancaria. Un industriale che ha impiegato grossa parte dei capitali accumulati con il suo lavoro di imprenditore nelle privatizzazioni del suo Paese: Credit e Autogrill. Un vero businessman del Nord (Milano) e dell'Est (Agordo) che ha messo assieme un pacchetto importante delle Generali: come centinaia di famiglie del Nord-Est hanno avuto l'orgoglio – prima che la ricchezza – di accrescere generazione dopo generazione. Altrove – in Italia – le cose sono andate non di rado diversamente. Chissà che a Filippetti e al suo editore (veneziano) non venga voglia di raccontare «splendori e declini» anche fuori dal Nordest.
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Simone Filippetti, Serenissimi affari:
i veneti in borsa tra splendore e declino, Marsilio, Venezia, pagg. 124, € 10,00.
Il volume viene presentato il 6 novembre alle 18 a Milano, a Palazzo Mezzanotte. Intervengono: Paolo Madron, Matteo Montezemolo, Giovanni Tamburi,
Gianmario Tondato da Ruos

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