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Questo articolo è stato pubblicato il 16 novembre 2014 alle ore 08:15.

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Tra i più grandi, se non il più grande matematico del secolo scorso, Alexandre Grothendieck si è spento giovedì scorso nell'ospedale di un villaggio sui Pirenei dove si era ritirato da oltre vent'anni, tagliando i ponti con il resto del mondo. Una figura leggendaria per i matematici, come fuori dal comune è stata del resto tutta la sua vita che egli stesso ha raccontato in Récoltes et Semailles, una monumentale autobiografia da lui distribuita solo in poche centinaia di copie (ma ormai scaricabile in internet). Il padre Alexandre Shapiro, originario di una famiglia di ebrei dell'Ucraina, era un anarchico che aveva conosciuto le carceri della Russia zarista e nel 1921 era emigrato a Berlino, dove si manteneva come fotografo di strada e aveva incontrato Johanna Grothendieck, una socialista rivoluzionaria. Dalla loro unione il 28 marzo 1928 era nato Alexandre, che manterrà sempre il nome della madre. Nel 1933, quando i nazisti prendono il potere, la coppia si rifugia in Francia, lasciando il figlio alle cure di una famiglia di amici fino al maggio 1939, quando il piccolo Alexandre viene messo su un treno per Parigi e raggiunge i genitori, reduci dalla guerra di Spagna dove avevano combattuto nelle brigate internazionali. Pochi mesi dopo il padre viene internato in un campo di concentramento e infine deportato ad Auschwitz dove muore nel 1942. Anche la madre e Alexandre vivono internati in campo, ma al giovane viene consentito di frequentare il liceo.
Finita la guerra Grothendieck si iscrive all'università di Montpellier e dopo la laurea nel 1948 si presenta a Parigi a Henri Cartan, che intuisce le eccezionali qualità del giovane Alexandre e lo affida a Laurent Schwartz e Jean Dieudonné che gli propongono di risolvere qualcuno di 14 problemi su cui da tempo stanno lavorando. Nel giro di pochi mesi Grothendieck li ha risolti tutti, quanto basta e avanza per ottenere il dottorato. Ma entrare nei quadri della pubblica amministrazione non è affatto semplice per un apolide come Grothendieck. Pacifista convinto, rifiuta di prendere la nazionalità francese che avrebbe comportato l'obbligo del servizio militare (sarà naturalizzato francese solo nel 1971). Dopo un paio di anni trascorsi a insegnare in Brasile e negli Stati Uniti, ritorna in Francia quando un industriale appassionato di matematica finanzia la creazione dell'Institut des hautes études scientifiques (Ihes), vicino a Parigi, per consentire a Grothendieck di dispiegare tutta la sua straordinaria forza creativa.
Per una diecina d'anni egli si dedica alla geometria algebrica e dirige un seminario frequentato da matematici di tutto il mondo. I frutti del suo lavoro, raccolti in migliaia di pagine redatte da una dozzina di allievi e da Jean Dieudonné, costituiscono una vera e propria cattedrale di concetti che hanno pervaso l'intera matematica, una miniera di idee che ancora oggi i matematici non hanno finito di esplorare. Nel 1966 gli viene conferita la Medaglia Fields al Congresso Internazionale dei Matematici a Mosca, dove egli si rifiuta di andare per motivi politici. Così come nel 1988 rifiuta un premio dell'Accademia delle scienze svedese, denunciando «la deriva della scienza ufficiale» e nel 1970 aveva abbandonato l'Ihes dopo aver scoperto che l'Istituto era, se pur in minima parte, finanziato dal ministero della difesa.
Da allora Grothendieck prende le distanze dalla comunità dei matematici per impegnarsi in un ecologismo radicale, finché nel 1990 decide di sparire nel villaggio sperduto del sud della Francia, dove è morto in solitudine.
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