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Questo articolo è stato pubblicato il 14 dicembre 2014 alle ore 08:14.

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Che l'eliminazione della povertà debba essere un obiettivo legittimo e prioritario dell'azione pubblica è oggi opinione condivisa e diffusa sia nei paesi ricchi che in via di sviluppo. Questa convinzione si fonda su tre presupposti: che la povertà sia un male sociale; che possa essere eliminata; che le politiche pubbliche possono favorirne l'eliminazione.
Non sempre è stato così. L'accettazione dei valori fondanti della lotta alla povertà è una conquista moderna. Prima della fine del diciottesimo secolo, la scuola dominante del pensiero economico vedeva la povertà come un bene sociale, essenziale ai fini dello sviluppo stesso.
Certo, anche allora si sarebbe potuto condividere il principio che, a parità di "altre condizioni", una società con meno povertà sarebbe stata preferibile. Ma le "altre condizioni" non erano considerate pari. La povertà era vista come essenziale per dare un incentivo ai lavoratori, mantener i salari bassi e così creare un'economia forte e competitiva. Neppure il concetto e l'obiettivo dello "sviluppo economico" includeva i poveri come possibili beneficiari. C'erano persino dubbi diffusi sulla desiderabilità e sull'efficacia dell'intervento dei governi contro la povertà.
Oggi la povertà è invece vista come un vincolo allo sviluppo economico e si ritiene che i Governi possano avere un ruolo fondamentale nel debellarla. Come è avvenuta questa transizione nei pensieri, nei valori e nell'azione politica della lotta alla povertà? Nell'era pre-moderna il sostegno ai poveri era soprattutto motivato dalla beneficienza, era una scelta personale del donatore. Il che è molto diverso dal concetto di giustizia a fondamento dell'apparato di leggi e tasse dello Stato laico. Per quanto molte religioni considerino lo sforzo volontario di aiutare i poveri come una virtù, questa non è giustizia distributiva. Per la nascita di questa idea dobbiamo guardare all'Europa del tardo diciottesimo secolo. La questione non è solo se e in che modo i poveri siano visti come titolari del diritto legale all'assistenza. La questione è come questo diritto si traduca in politiche pubbliche efficaci, mirate sia alla protezione che alla promozione dei poveri.
Il primo esempio di risposta politica di lotta alla povertà emerse nella Gran Bretagna elisabettiana sotto forma di legge con le cosiddette Poor Laws. Questo sistema, costituito a livello parrocchiale, assicurava protezione sociale contro la mancanza di reddito a causa della vecchiaia, della vedovanza, della disabilità, della malattia o della disoccupazione. L'apparato generato dalle Poor Laws forniva quindi un'assistenza abbastanza completa il cui apice è stato raggiunto con l'implementazione del sistema Speenhamland del 1795 introdotto dai giudici del Berkshire. Quest'ultimo aveva lo scopo di assicurare un reddito minimo garantito attraverso una scala mobile di supplementi salariali indicizzati al prezzo del pane.
I programmi contro la povertà che furono sviluppati altrove in Europa in questo periodo erano per lo più basati sulla beneficenza. I livelli di spesa della chiesa e dei privati sui trasferimenti verso le persone meno abbienti furono ben al di sotto dell'1% del reddito nazionale in molti paesi. Al contrario, gli esborsi effettuati nell'ambito delle Poor Laws in Inghilterra e Galles vennero finanziati in larga parte dalle tasse locali sulla proprietà. Non ci possono essere dubbi sul fatto che le Poor Laws siano state un passo in avanti importante ai fini della protezione sociale. Entro la fine del diciassettesimo secolo quasi tutte le parrocchie di Inghilterra e Galles furono incluse nel sistema e quasi la totalità dei meno abbienti venne ritenuta idonea ai sussidi. Le parrocchie ebbero la responsabilità d'implementazione e furono oggetto di monitoraggio da parte delle autorità centrali.
Per quanto tali politiche non ebbero un impatto strutturale sulla distribuzione della ricchezza, è chiaro che contribuirono a rompere il legame storico tra carestie e mortalità e a mantenere la stabilità sociale. Anzi paradossalmente hanno permesso di preservare una distribuzione del reddito iniqua, e una classe lavorativa docile e disponibile, evitando, soprattutto alla fine del diciottesimo secolo, che il vento della rivoluzione francese soffiasse oltre la Manica. Un ampio supporto politico era assicurato dal fatto che tutti potessero beneficiare di queste misure se necessario.
Qualunque fossero allora le motivazioni di queste misure, le Poor Laws costituivano una politica imposta dallo Stato, applicabile a norma di legge e finanziata da tasse redistributive. Esse furono una prima forma di assicurazione sociale destinata ai meno abbienti e alla classe media in un mondo in cui non era prevista alcuna indennità contro i rischi dati dall'incertezza dell'occupazione, dalle crisi sanitarie, dalle carestie o semplicemente dalla sfortuna.
Le Poor Laws non modificarono in modo strutturale la distribuzione della ricchezza in quanto erano un meccanismo di protezione sociale, ma non di promozione e di emancipazione. Tuttavia ebbero comunque anche un grande impatto sull'opinione pubblica, sull'evoluzione dei valori e dell'azione politica alla base della lotta alla povertà. Era così iniziato, alla fine del diciottesimo secolo, un significativo cambiamento nel modo di pensare e di agire.
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