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Questo articolo è stato pubblicato il 21 dicembre 2014 alle ore 08:15.

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Sangue è un libro da andarci con i piedi di piombo, considerato il passato di uno degli autori: Giovanni Senzani, ex militante delle Brigate Rosse, ex ergastolano, mai pentito. L'altra firma è, invece, di Pippo Delbono, blasonato teatrante con incursioni pure nel cinema e nell'editoria. Da un casuale incontro in camerino, e con una buona dose di sacra diffidenza, pochi anni fa è nata tra i due una pudica amicizia, che ha fruttato anche un film nel 2013, proiettato e premiato al festival di Locarno tra mille polemiche e qualche apprezzamento di critica. Ora il saggio è un'ideale prosecuzione e approfondimento della pellicola, da cui mutua il titolo e di cui riporta la sceneggiatura originale: è un fecondo e articolato Dialogo tra un artista buddista e un ex brigatista tornato in libertà, un confronto – anche duro – tra esseri umani, prima ancora che tra visioni del mondo, o ideologie o fedine penali...
Filo rosso è la morte, quella morte che li accompagna «come un vizio assurdo», quel lutto che entrambi «si portano a spasso»: «Io e Giovanni, così lontani nelle nostre vite, ora da pochi giorni orfani tutti e due, forse veramente per la prima volta siamo vicini, nella morte», scrive Delbono, che ha appena perso la madre, mentre all'altro veniva a mancare la compagna. Il libro si configura, pertanto, come «un viaggio tra teatro, funerali e storia», un racconto «al di là del bene e del male», filtrato dallo sguardo pre-morale, non immorale, dell'artista: «Pippo così naïf sentiva il bisogno di capire, si poneva molti interrogativi e faceva le sue domande dirette: Ma perché uccidere? Com'è possibile?». Viceversa, il regista paragona Giovanni al suo amico attore Bobò, un sordomuto vissuto per anni in manicomio: «Tutte e due portano i segni di una lunga detenzione in luoghi orribili. Di reclusione. Tutti e due ora liberi», e similmente "autistici", insondabili.
Tra rivoluzione spirituale e lotta armata, Hiv e omicidi, dittature interiori e torture di stato, Sangue è una testimonianza forte «della morte di chi ha dato la vita e della vita di chi ha dato la morte», delle madri che hanno perso i figli in teatro, delle mogli che hanno assistito i mariti in carcere. Delbono riesce, però, a distillare poesia dal sangue, edulcorando con i suoi toni miti e visionari i drammi privati e le tragedie collettive: certo l'artista non vuole, né può, riscrivere la Storia, ma ha il diritto, e forse persino il dovere, di raccontare i Macbeth, i grandi dittatori, i terroristi. E alla fine il suo non è un "urlo" di rabbia o di speranza, ma una timida e commossa parola di fede: «Nessuno può sfuggire alla vita. Nemmeno con la morte».
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Pippo Delbono e Giovanni Senzani, Sangue, Clichy, pagg. 298, € 18,00

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