3. Chi siamo, siamo qui, la pagina è stata sfogliata. Senti l'aria mossa? È l'aria dell'alba, l'aria spinta in avanti dal sole che avanza. L'apertura della pagina è, per la pagina, l'alba. Lo senti lo sguardo? È la mossa dell'alba. Anche di sera. Qualcuno ci legge di sera? È sguardo dell'alba anche il suo (a lei, a lui, diciamo tra parentesi che, sotto la luce artificiale, questa pagina, la pagina di questo giornale, riverbera, riflette, e lo scritto, come fosse stampato su un'acqua illuminata, si scioglie nell'acqua, devi trovare un angolo di incidenza dello sguardo, devi quasi spiare, prendere una posizione, come capita spesso sotto la luce artificiale). Non possiamo né dobbiamo né vogliamo nasconderci dietro la colonna.
Siamo noi la colonna del columnist. Ci nascondiamo dietro noi stesse? Perché? Come sarebbe stantio tutto questo. No, lasciamoci guardare, noi parole polpaccio, noi parole coscia, zinnette sgusciate da uno spacco dell'accappatoio. Sì, diciamola la verità, pochi la sanno: le parole girano in accappatoio di tra, sopra, sotto, le righe. Anche avvolte in facili teli. Per snudarsi svelte, facendo magari smorfie allarmanti o boccucce con le vocali (la u è dispetto, mutria, desiderio, la e sarcasmo, la a sberleffo, la i: quelle guance risucchiate in dentro, con la punta del naso in cima; e la o «ora pro nobis», peccando insieme). Quest'è.
Ah, e poi chi c'è? Ci siamo noi. Noi chi? Le figure. Non quelle retoriche, che sono attrezzi da giostra e da ginnastica, ma le nostre figure, noi stessi. Noi, quando sollevammo il piatto rivoltato sull'altro piatto nel quale c'erano due peperoni imbottiti, alle tre di notte (quel rumore tra bordi bianchi ci assilla come un sol-mi-re re-mi-sol di Bach: più di quanto sia varia la vita son varie le variazioni dei suoni di quei bordi, i loro moti a favore e contrari, gli obblighi, le fioriture, le complicazioni, le fughe, i ritorni a bianche chiarezze di stoviglia). Noi, con un calzino e senza l'altro, in riva a un letto, a un mare. Noi che abbiamo sentito un rumore. Noi con di tra gli incisivi l'unghia del pollice della mano pensosa. Noi, dietro le sbarre di questo serraglio, dietro le righe della scrittura, pronti a esibirci in numeri da circo. E la sbrodolata “libertà d'espressione” l'attanagliamo con le pinze delle virgolette attuffandola nel minestrone malinconico della nostra intimità, tra la fava e il pisello scurrili.
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